Un fresco profumo, tanta luce, chiodi vuoti attaccati alle pareti e quadri appesi qua e là.

Il muro del soggiorno appare come lo spaccato di una galleria d’arte in perenne mutamento dietro il susseguirsi di collezioni che sono, che sono state e che saranno.
E poi c’è lui, in tenuta sportiva, appena tornato da una sessione di palestra, che mi accoglie con il sorriso sul volto misto ad un po’ di perplessità per la mia inaspettata curiosità.
Curiosità che però, a me pare alquanto dovuta, visto che sono di fronte al pittore bolognese Giorgio Zucchini i cui più recenti lavori sono ora esposti, insieme ad altri del gruppo dei Nuovi-Nuovi,  nella mostra Bologna dopo Morandi 1945-2015 allestita a Palazzo Fava.

Davanti ad un pezzo di torta, tra una domanda e l’altra, mi apre le porte della sua mente e mi permette di cogliere le varie sfaccettature della sua passione più grande: la pittura.

Giorgio Zucchini

Giorgio Zucchini

Amore nato da bambino nella sua casa a Mezzolara di Budrio, dove mi racconta di aver iniziato a dipingere utilizzando un unico pennellino di ferro a tre setole adibito, in realtà, alla lucidatura delle scarpe.
“I colori, i colori non erano quelli adatti” continua commuovendosi “erano smaltati, duri, ma riuscivo a dipingere le storie di Pollicino”.

Sin dall’infanzia ha quindi sentito questo forte legame con la pittura, ma ha cominciato a svilupparlo solo dopo due anni di Istituto Agrario. Al seguito di un periodo di malattia, capisce infatti che la sua strada doveva essere un’altra e, su consiglio di un’amica, inizia a studiare presso la scuola d’Arte. Dopo aver frequentato anche l’Accademia, vi diviene insegnante di laboratorio, al fianco di Bendini, suo maestro in decorazione pittorica.

“I ragazzi dipingevano e tu guardavi, commentavi e valutavi se il loro lavoro procedeva in modo coerente con le intenzioni d’opera che ti avevano delineato”.
Poche, infatti, le lezioni di tecnica prettamente teorica che lui stesso impartiva. I ragazzi,  secondo Zucchini, arrivavano al secondo anno con già parecchie capacità, alcune delle quali sicuramente innate.

E la dote più grande di Giorgio?
La sua abilità nel cogliere i dettagli, nell’osservare, ma soprattutto nel lasciarsi affascinare.
Non ha mai amato l’idea di andare via dall’Italia, di percorrere migliaia di chilometri per fare carriera o trovare l’ispirazione. Ha sempre creduto nelle potenzialità e nelle opportunità che la sua casa gli presentava.
La stessa bidimensionalità tipica Giapponese che caratterizza la maggioranza delle sue opere non è frutto di trasferte fisicamente compiute, ma nasce da viaggi intrapresi tra le pagine di alcuni libri ancora oggi riposti negli scaffali del soggiorno.
Ma la sua attenzione non è catturata esclusivamente dal contenuto di alcuni testi, gli spunti sa prenderli da qualsiasi cosa che può essere un’insegna o ciò che incontra durante le lunghe passeggiate nella campagna di Mezzolara.

E per quello ha le immancabili diapositive. Tecnica da lui estremamente sviluppata.
Gli permette di immobilizzare quel particolare che lo colpisce, di stamparlo e conservarlo per poi proiettarlo sulla parete del suo studio e lavorarci sopra.
Apprezzandone i particolari, sovrapponendone una all’altra le riproduce su tela in un modo che diviene impossibile poi riconoscere la diapositiva iniziale.

Anche il cinema ha catturato spesso la sua mente, ma soprattutto il suo cuore.
All’accademia, infatti, studia scenografia e, al termine di essa, nello studio di Via dei Bersaglieri, inizia a creare teatrini ottici.
Tuttavia gli sbocchi professionali per sviluppare sceneggiature a Bologna erano pochi e gli spazi scarseggiavano cosi Giorgio decide di cimentarsi in qualcosa di diverso e comincia a realizzare piccole opere che prendevano a modello i lavori che faceva da giovane quando viveva in campagna.

Amante del bello, lo ricerca soprattutto nella ripetizione.
La maggioranza dei suoi quadri sviluppa, infatti, un soggetto particolare e lo reitera con densità e ritmi diversi in tutta la tela. Tuttavia, il suo non è stato affatto un percorso monotematico e inquadrabile così facilmente in un’unica categoria artistica: dalla mostra inaugurale in cui presenta piccole sculture in legno, composizioni di carta, filo, gomitoli e acquerelli, passa poi ad una produzione più ambientale tendente all’astratto prediligendo l’utilizzo della tempera come tecnica pittorica che lo accompagnerà da li in avanti.

“Il filo conduttore delle mie opere? Delle cosine piccole che io inserisco sempre ed hanno una natura autonoma all’interno dalla composizione”
Cosi Giorgio descrive a grandi linee i suoi quadri, la sua arte.
Il lavoro interpretativo preferisce, però, lasciarlo fare agli altri e gli unici contributi linguistici che accompagnano i suoi quadri sono i titoli: che possono essere descrittivi, realistici o fantastici, possono nascere prima del quadro o essere selezionati a posteriori, da lui o da altri, ma che comunque lo completano.

Cura, quindi, ogni singolo dettaglio delle sue opere: le pensa, le crea, le vive e ad oggi continua a vederle esposte in numerose gallerie: dopo il recente successo avuto dalla collaborazione con il suo allievo Benuzzi, ha in programma un mostra a Reggio Emilia in cui esporrà lavori già visti ed altri inediti.

Insomma, da oltre sessant’anni, Giorgio dedica le sue giornate alla pittura; ad una dote innata ha affiancato uno studio quotidiano, costante che lo ha portato a fare di una grande passione una lunga carriera.

Tuttora, come la prima volta, assapora intensamente il momento in cui si avvicina alla tela ancora bianca e con il segno iniziale del pennello sancisce l’avvio di un nuovo travolgente viaggio…

Giulia