Respirando Bologna

Idee tra i portici

Tag: Bologna

Al latte o fondente: la storia dolce di Bologna

Ciotole piene di cioccolato. Finita la pausa Pasquale quello che rimane nella casa della maggioranza degli italiani è proprio questo. 

Perché allora non soffermarsi su un personaggio che ha segnato la storia più dolce della nostra città? 

Teresa Majani, una donna che nel 1796 diede vita alla famosa fabbrica di cioccolato bolognese che da 222 anni è attiva sul territorio. 

La prima bottega

Inizialmente l’azienda nasce con il nome datole da Teresa “Il Laboratorio delle Cose Dolci” che aveva la sua prima sede in una piccola bottega di fianco a San Petronio. Era il periodo della Repubblica Cispadana e delle truppe napoleoniche che avevano invaso la città. Insieme però anche al marito Francesco Majani costruirono a piccoli passi la grande impresa.  Nel 1830 venne poi acquistato il grande immobile in via de’ Carbonesi. Il vero e proprio palazzo Majani conosciuto dai più.

I primati dell’azienda 

Famosissima per la Scorza di cioccolato solido, furono infatti i primi a proporla non solo da sorseggiare in tazza. Realizzarono poi anche i noti tortellini che ricordano il simbolo storico della città, ma soprattutto Giuseppe Majani fu tra i primi a proporre le bevande gazose come Selz e Sedliz. Nel 1876 lo stesso ottenne un passaporto per Torino per andare ad acquistare una macchina a vapore che riuscisse a produrre sia elettricità che cioccolato per questo l’azienda diventerà “Stabilimento a vapore di confetture e cioccolata”, simbolo della Belle Epoque.

L’apice

Dopo aver vinto innumerevoli premi in giro per l’Europa nelle diverse esposizioni universali che si sono susseguite tra Vienna, Parigi e Milano, in Italia la cioccolateria bolognese divenne fornitrice nel 1878 della casa reale dei Savoia potendo anche usare il simbolo della casata reale nello stemma del negozio ancora visibile. Da sottolineare poi il grande scalpore e l’immensa risonanza avuta a Bologna della decisione della famiglia che fece costruire una palazzina in stile Liberty al centro di Via Indipendenza dal famoso architetto Sezanne. Lì portarono il loro laboratorio, il negozio e la stessa casa. Il piano terra era illuminato da un bellissimo lampadario di Murano, ritrovo della società aristocratica del tempo che veniva a sorseggiare la cioccolata calda.  

Il prodotto che però ha ottenuto da sempre più successo a livello nazionale è il famoso cremino Fiat creato per vincere il concorso pubblicitario indetto dalla FIAT per il lancio della Tipo 4. Nel 1913 il cremino con 4 strati di cacao e mandorla ottenne il premio e la possibilità di dare al cioccolatino la denominazione della casa automobilistica. 

La guerra e le sue difficoltà

Purtroppo anche le realtà più crescenti italiane durante il susseguirsi delle due guerre ebbero delle difficoltà. Per questo la palazzina liberty in via indipendenza venne chiusa, sostituita da un circolo di ufficiali inglesi sino al famoso H&M. Venne deciso di ricominciare l’attività di produzione del cioccolato nel Palazzo Majani in via de’ Carbonesi, ancora di proprietà. Attualmente l’azienda svolge il proprio lavoro a Crespellano, a pochi chilometri da Bologna, in due stabilimenti di proprietà per un totale di 7.500 m².

Giulia

 

L’ITI Aldini Valeriani promosso in Economia Circolare

Giovanissimi, ma con le idee molto chiare!
I ragazzi dell’ ITI Aldini Valeriani si sono rivelati gli indiscussi protagonisti della settima edizione del premio Bologna Città Civile e Bella promosso dal Centro Antartide di Bologna.
Con progetti incentrati sul riciclaggio rifiuti, la condivisone del tempo e la movimentazione di conoscenze hanno infatti reinterpretato in modo puntale il concetto di economia circolare, tema di Civic Hackathon, una delle tre categorie in gara di quest’anno.
Non a caso martedì 13 febbraio, nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio, sono stati premiati ben 3 team differenti dell’Istituto tecnico della Bolognina: due con menzione speciale ed uno salendo sul gradino più alto del podio.

L’Economia Circolare per l’ ITI Aldini Valeriani

Si tratta di un tema indiscutibilmente molto caldo che da qualche anno è protagonista di molti dibattiti internazionali.
Quest’anno infatti anche al centro della premio Bologna Città Civile e Bella, “la maratona tecnologica” Civic Hackathon poneva l’accento sull’economia circolare.
8 i team che da tutta Italia si sono affrontati su questa tematica. Tra questi i ragazzi dell’ ITI Aldini Valeriani hanno proposto ben tre applicazioni che potessero al meglio offrire un servizio utile a tutta la città.
I due progetti che hanno preso una menzione speciale sono Voloo: una piattaforma per rendere più semplice e immediata ai ragazzi la possibilità di mettere il proprio tempo a disposizione di attività a favore della comunità e LeBanc per far circolare le competenze in maniera orizzontale e organizzare corsi e lezioni alla pari su  tutti i temi e le materie.
A vincere su tutti però, l’applicazione NetUrbino proposta da Christian Gambetti e Salvatore Stabile, due studenti del quarto anno dell’Istituto tecnico accompagnati dal professore Domenico Anania.

NetUrbino

Un progetto ancora in fase di miglioramento ed elaborazione che però ha portato alla vittoria i due giovanissimi dell’ITI Aldini Valeriani. Il primo premio di 2500 euro della categoria Civic Hackathon è stato assegnato all’idea di creare un’applicazione chiamata NetUrbino a riconoscimento vocale in grado di aiutare nelle scelte di smaltimento, riutilizzo e riciclaggio rifiuti.
Senza alcun genere di timore e parlando di fronte a tutte le persone presenti alla premiazione in Cappella Farnese, Salvatore Stabile e Christian Gambetti hanno presentato il loro progetto. Attentamente studiato in ogni sua fase di sviluppo, l’applicazione è stata spiegata attraverso una dimostrazione pratica delle sue primordiali potenzialità.
Trattandosi infatti di un software basato sull’intelligenza artificiale IBM Watson per funzionare al meglio deve essere “addestrata” da reali operatori che forniranno così alla macchina gli strumenti per rispondere in modo efficace alle ricerche delle persone.
A riconoscimento vocale, come i più noti SIRI e Cortana, saprà aiutarti per trovare il modo migliore di riutilizzare qualche oggetto, per scegliere il corretto contenitore in cui buttare un prodotto ed eventualmente a chi donare qualcosa che non ti serve più.

3 progetti ancora in fase embrionale che però denotano un importante impegno civico da parte dei ragazzi dell’ITI Aldini Valeriani, ma soprattutto sottolineano quanto per le realtà scolastiche cogliere le opportunità territoriali e connettersi con esse possa essere un ottimo trampolino di lancio verso il mondo dell’imprenditorialità socio ed eco sostenibile.

Giulia

FICO? O non così FICO?

BOLOGNA- La nuova creatura del patron di Eataly Farinetti, a due mesi dall’apertura dei cancelli, porta con se’ un’aura di indeterminatezza e di perplessità. Gli esperti si dividono tra chi crede nelle potenzialità di questo colosso e chi ancora titubante si aggira tra gli scaffali in cerca della vera natura delLa nuova Fabbrica Italiana Contadina.

Fico

Definito da molti un parco giochi del cibo, un espositore delle eccellenze enogastronomiche italiane, all’apparenza sembra semplicemente un grande centro commerciale dai prezzi non proprio accessibili.
Realizzato attraverso la riqualificazione edilizia e funzionale di parte del complesso aziendale CAAB a Bologna, in via Paolo Canali, Fico Eataly World è un complesso di circa 10 ettari di cui 2 adibiti a campi e stalle all’aria aperta. Ospita 40 fabbriche, 40 luoghi ristoro e 6 grandi giostre educative. La città lo aspetta dalla primavera del 2015, prima data ufficiosa di apertura, per poi dare il benvenuto a turisti e curiosi definitivamente il 15 novembre 2017. La cerimonia di apertura in pompa magna ha visto presenti sia Oscar Farinetti che Paolo Gentiloni, pronti a dare il via all’avventura di una realtà che dovrebbe fare da “palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità”.

Logo Fico Eataly World, Foto TIF

Tra intenzioni e realtà

Il progetto ha richiesto quattro anni per essere completato; con l’aiuto del comune di Bologna e del CAAB stesso, ci sono voluti circa 120 milioni di euro per metterlo in piedi. Tuttavia per molti utenti e giornalisti il risultato appare un po’ al di sotto delle aspettative.« I had spent three days at FICO at that point, and I still didn’t quite understand what exactly it was trying to be».
sottolinea il corrispondente del New York Times, Evan Rail. Ma anche il The Guardian affonda la lama, criticando nel complesso la struttura schiacciata da questa apparentemente inconciliabile tensione tra commerciale ed educazionale. A sottolineare la concretezza di alcuni problemi sono però gli utenti stessi che attraverso commenti online e sporadiche dichiarazioni elencano quali sono le perplessità sul grande centro agroalimentare.
Biglietti dell’autobus troppo cari da 7 euro andata e ritorno, prezzi dei prodotti che ricordano i dutyfree tipici degli aeroporti, ristoranti senza menù in vista e scarse indicazioni anche per il bagno.
Aperto dalle 10 di mattina sino a mezzanotte, in alcuni momenti presenta membri del personale non intenti in grosse attività: l’immagine di sei commesse ferme senza clienti in uscita in venerdì lascia un po’ di amarezza.

La spinta verso il futuro

Amarezza data dal fatto che il posto ha tantissime potenzialità: ogni negozio appare come una vera e propria boutique raffinata e curata nel marketing. Le grandi aziende mostrano parte della loro produzione dietro vetrine che separano i clienti da macchinari imponenti ed affascinanti. I workshop sono bene strutturati e le giostre, descritte come molto semplici nelle spiegazioni, possono portare l’indotto dei flussi di scolaresche. Tuttavia il traffico delle persone sembra ancora poco e in tanti si domandano come potrà resistere la struttura.
Ma come riporta il Corriere di Bologna, lo stesso Farinetti risponde alle critiche ammettendo alcuni errori:
«FICO è una macchina nuova che fa i 300 all’ora e noi abbiamo appena preso la patente».
L’impegno sarà incentrato sul far capire meglio al pubblico cosa offre la struttura, probabilmente con l’introduzione di audioguide, continua il patron del progetto, ma la politica dei prezzi appare indiscutibile.
Il prossimo appuntamento che offre la struttura sarà l’incontro del 26 gennaio che prevede una lezione di Luca Parmitano, Samantha Cristoforetti e Paolo Nespoli sulle abitudini alimentari degli astronauti.
E speriamo che anche FICO possa davvero prendere il volo.

 

Giulia

Santa Clause is coming to town

Che origini ha il vecchione? dove si sorseggiava una cioccolata calda nel 1930?

Il Natale è alle porte, le strade sono piene di persone in cerca dell’ultimo pacchetto e molti assaporano già la sontuosa cena della vigilia.
Ma cosa è davvero questa festa?
Bologna si è illuminata da ormai un mese, con tantissime luminarie che ornano le strade ed il grandissimo albero che anche quest’anno svetta in Piazza Maggiore; tuttavia pochi sanno come fossero i luoghi simbolo delle feste natalizie bolognesi nel passato e tanti ignorano i retaggi storici di alcune tradizioni sia culinarie che culturali.

In preparazione dei tanto attesi giorni di vacanza ecco alcune storie che faranno viaggiare la mente tra i portici della Bologna del passato.

La Fiera di Santa Lucia: la storia del Portico dei Servi

“Ricordi, fui con te a Santa Lucia, al Portico dei Servi, per Natale.
Credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’Anno o a Carnevale…”
Francesco Guccini, “Eskimo”, 1978

Una tradizione antica quella della Fiera di Santa Lucia le cui origini si fanno risalire alla fine del XVI secolo e che da generazioni accompagna le famiglie nella preparazione al Natale. 38 casette di legno anche quest’anno offrono oggetti di ogni tipo: sia natalizio che non e riscaldano il portico dei Servi di un’atmosfera dal dolce odore di croccante.
Ma il porticato adiacente la Chiesa dei Servi, in Strada Maggiore non è solo il simbolo del famoso mercatino di Natale: la sua è una una storia lunga e travagliata. Costruito alla fine del XIV secolo, la paternità dell’opera è incerta: alcuni la attribuiscono all’architetto Antonio di Vincenzo, altri al generale Andrea Manfredi. Voluto ardentemente dagli ingegneri Luigi Marchesini e Giuseppe Modonesi divenne un vero e proprio chiostro aperto alla cittadinanza. Costruita con blocchi di marmo provenienti da stele romane della via Emilia, il Portico dei Servi crollò diverse volte. Fino a quando nel 1927, durante dei lavori in zona, una campata del portico crollò uccidendo anche una persona.

Una tazza di cioccolata calda prima della guerra

Nel periodo di Natale non c’è niente di più dolce che sorseggiare una buona cioccolata calda seduti in un bar con gli amici per scambiarsi i regali di Natale e prendersi un attimo di pausa.
Nella Bologna della prima metà del Novecento a scaldare cuore e menti dei cittadini c’era un prestigioso bar pasticceria con una bellissima terrazza in stile liberty che affacciava sul passeggio di via Indipendenza.
Si trattava del palazzo all’imbocco di via Altabella in cui oggigiorno sorge H&M e che è stato costruito appositamente da un esponente della nota famiglia di cioccolatieri Majani. Nata come attività a conduzione famigliare in via d’Azeglio nelle mani di Teresa Menarini, ben presto l’azienda Majani iniziò la scalata verso il successo. Il palazzo in stile liberty in via Indipendenza è sempre stato un esempio di sontuosa eleganza: al piano terra uno splendido lampadario di Murano illuminava l’ambiente sempre più grande e all’avanguardia.
La guerra purtroppo ha spezzato l’incantesimo e ad oggi Majani rimane nell’aria cittadina esclusivamente per la sua famosa cioccolata solida: la scorza.

Il rogo del vecchione a Capodanno è di origine fascista

3, 2, 1, Buon anno!
I fuochi d’artificio illuminano il cielo di Bologna e davanti al palazzo comunale come oggi anno si accende la grande costruzione di cartapesta, petardi e stracci che arderà per liberarsi dal fardello delle cose vecchie.
Il Vecchione tuttavia, è così che si chiama il fantoccio, non è sempre esistito e le sue origini risalgono al 1923 quando divenne primo cittadino il fascista Puppini.
La società “I Fiù dal Dutor Balanzòn” fu la promotrice dell’evento che per la prima volta fece del festeggiamento del nuovo anno un rito pubblico e non più strettamente famigliare.

Giulia

A 20 anni già imprenditori: così è nata FreeCopia

Una birra li ha aiutati ad individuare il bisogno da soddisfare, la perseveranza li ha portati al lancio ufficiale della loro startup. Così 8 giovanissimi dell’Alma Mater Studiorum di Bologna hanno ideato e progettato una piattaforma all’apparenza semplice che però fa tirare un sospiro di sollievo alle tasche di molti studenti.
Una storia fatta di difficoltà, spese e rinunce, ma che ha portato a grandi soddisfazioni. Così ci spiega direttamente uno dei fondatori: Federico Dalpozzo.

Cos’è esattamente FreeCopia?

FreeCopia è una piattaforma nata per aiutare gli studenti. Si tratta di una piattaforma online che consente agli universitari di stampare gratuitamente sfruttando la pubblicità. Gli interessati dopo essersi iscritti gratuitamente, caricano il loro file, scelgono dove e quando ritirarlo e non gli resta che andarlo a prendere. Guardando più in grande FreeCopia si può definire una comunità. Gli studenti infatti sostengono tante spese, soprattutto gli studenti fuorisede, e proprio per questo uno dei nostri obiettivi più grandi è quello di tagliare almeno quelle delle fotocopie.

Quando è stato il lancio ufficiale di FreeCopia?

Come ogni startup abbiamo dovuto sostenere un periodo di prova. L’1 marzo 2017 siamo partiti lanciando il servizio in Beta per testare il mercato e vedere se effettivamente l’idea piacesse agli studenti. Fortunatamente così è stato. Da marzo a luglio abbiamo lavorato intensamente per migliorare l’intero servizio, fino ad arrivare al 18 settembre 2017, inizio del nuovo anno, che noi consideriamo il lancio ufficiale.

Da chi è nata l’idea e da chi è composta la società attualmente?

L’idea è nata da due ragazzi di fronte ad una birra. Una serata come tante, forse un bicchiere in più del solito e tra un discorso e l’altro si finisce a parlare di università. Quali sono i principali problemi degli studenti? E se noi trovassimo una soluzione per uno di questi? Improvvisamente ecco l’illuminazione: rendere le fotocopie gratuite. Questi due ragazzi iniziano a concretizzarla e svilupparla creando un team di lavoro, condividendo il loro entusiasmo. Fino ad arrivare ad oggi dove FreeCopia conta ben 8 ragazzi nel suo team, di età compresa tra i 20 e i 26 anni: Filippo Luzzi, Leonardo Ciabattini, Luca Sciullo, Federico Dalpozzo, Matteo Cappella, Martin Cimmino, Simone Passaretti e Stefano Traini

Che aiuti avete avuto per iniziare?

Nessun aiuto vero e proprio se non qualche suggerimento. Tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo studiato da libri, leggendo articoli, siti web e imitando “chi ce l’ha fatta”. Soprattutto non abbiamo avuto sovvenzioni economiche di alcun tipo, e questo è un fattore che ci ha spronato. Il fatto di dover sempre finanziarci da soli ci ha spinto ogni volta di più a dare il massimo, soprattutto perché nessuno di noi ha patrimoni illimitati. Sono stati periodi di tantissime rinunce. Si usciva una volta in meno a settimana e si faceva un lavoretto in più. Penso che questa sia una delle grandi soddisfazioni del nostro progetto FreeCopia.

Che soddisfazioni e che difficoltà avete avuto?

Soddisfazioni tante. Basti pensare al fatto di aver lanciato una startup, aperto una SRL e il tutto a soli 20 anni. Inoltre in questi mesi abbiamo conosciuto tantissime persone, investitori, imprenditori, startupper, uomini e donne estremamente in gamba dalle quali possiamo solo imparare. Motivo di orgoglio anche quando riceviamo recensioni sulla pagina Facebook o messaggi in privato che ci fanno i complimenti per l’idea e ci ringraziano per il servizio offerto. C’è comunque da dire che tutte queste soddisfazioni non sarebbero nulla senza le difficoltà. Tante quelle che abbiamo affrontato e ancor di più quelle che ci aspettano. Sinceramente molte sono le volte in cui volevamo smettere, chiudere tutto. Soprattutto all’inizio i risultati non arrivavano, ci sembrava di lavorare tantissimo per nulla, ma grazie al nostro entusiasmo non abbiamo mai smesso di crederci e ora stiamo raccogliendo i risultati.

Qualche progetto per il futuro?

Attualmente ci stiamo concentrando su Bologna. Vogliamo consolidarci nella nostra città. Una volta fatto ciò, abbiamo in mente di espanderci per tutta l’Italia iniziando dalle città prettamente universitarie, vista la natura del servizio proposto da FreeCopia.

Quali consigli dareste a chi ha un’idea, ma non sa come concretizzarla?

Condividere. Parlare con le persone giuste aiuta sempre a trovare soluzioni. Io ogni volta che ho un problema lo condivido con altre persone, dalle quali molto spesso riesco a trarre ottimi consigli al fine di arrivare ad una conclusione.
Si può poi cercare su Internet. Esistono diversi incubatori in Italia che accolgono idee e le aiutano a svilupparsi. La stessa università di Bologna offre soluzioni simili.

Inoltre consiglio di agire. Un’idea senza esecuzione non è altro che un’idea. Bisogna fare qualcosa sempre, anche un piccolo passo ogni giorno, a lungo termine porta a grandissimi risultati.

 

 

Giulia 

 

4 donne bolognesi che hanno fatto la storia

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.
(Rita Levi-Montalcini)

 

 

Vivono in periodi diversi, lavorano in ambiti differenti e hanno personalità davvero lontane, ma tre cose le accomunano: sono 4 donne, di Bologna, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana.

EPISODIO 1

La creazione di Angelica: la basilica di San Luca

Chi torna a Bologna si sente a casa solo quando la vede, stagliarsi sullo sfondo, in cima al Colle della Guardia a vegliare sulla città che la venera.
E a volere la Basilica di San Luca è stata una donna, una ragazza determinata, da quello che si legge sui documenti storici. Poco volenterosa a condurre una vita da moglie che attende il marito a casa, Angelica Bonfantino inizia a combattere per ciò che vuole di più.
Come risulta da un documento datato 30 luglio 1192, Angelica quel giorno decise di darsi alla vita eremitica sul Monte della Guardia, con il proposito di costruirvi un oratorio e una chiesa in onore di Maria.
Per farlo donò ai canonici di Santa Maria del Reno dei terreni di sua proprietà a patto che la aiutassero nell’impresa. Questa collaborazione non fruttò nel migliore dei modi, ma la determinazione della giovane bolognese la spinse fino a Roma dove Papa Celestino III le consegnò una pietra da lui benedetta per porla alla base della basilica. E il 24 Agosto 1193, su missiva dello stesso, sul Monte della Guardia venne posta dal vescovo di Bologna tale pietra consacrata, l’embrione dell’imponente costruzione che svetta sulla città.
Per quanto riguarda Angelica non è mai realmente stato appurato se abbia o meno preso i voti, ma ebbe sempre l’approvazione della sede apostolica e del vescovo di Bologna.
Inoltre, per portare avanti la sua opera, altri terreni nei pressi della basilica le vennero donati dalla madre che fu solo la prima di una serie di numerosi benefattori i quali attivamente la aiutarono nel progetto.
Nel 1244, anno della sua morte, la basilica aveva ormai raggiunto il suo splendore e ospitava già il bellissimo monastero.
Il culto però della Madonna di San Luca (ancora non era chiamata così, ma semplicemente del Monte della Guardia), attestato già alla fine del XIII secolo, ottiene la sua vera forza solo con il presunto miracolo del 1433… ma questa è un’altra storia

 

Alfonsina, la prima e l’ultima a tingere di rosa il Giro d’Italia

Quando l’adrenalina ti scorre nelle vene, la voglia di tagliare il traguardo supera ogni aspettativa e la necessità di riscatto ti fanno pedalare con vigore; allora l’essere donna passa in secondo piano.
E questo Alfonsina Morini Strada lo sa bene.
Nata a Castelfranco Emilia nel 1891, si trasferisce pochi anni dopo a Castenaso, alle porte di Bologna. Originaria di una famiglia di contadini abbastanza poveri, Alfonsa Rosa Maria Morini (detta Alfonsina) non ha molti mezzi per spostarsi e suo padre le regala a dieci anni una vecchia bici da uomo.
Da questo gesto inizia la vera passione della giovane ragazza: il ciclismo.
Grazie anche al supporto del marito Luigi Strada, Alfonsina inizia a correre gareggiando con la sua nuova bici rosso fiammante.
Prima però di guadagnarsi l’accesso al Giro d’Italia necessiterà dell’aiuto di un altro importante uomo del mondo dello sport: il direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo. Perdere decisioni editoriale per il più influente quotidiano sportivo dell’epoca comprendeva anche questo genere di investimenti.
Conscio della forza mediatica che avrebbe avuto l’immagine di una donna intenta a gareggiare in mezzo a molti uomini, e convinto delle grandi potenzialità fisiche della giovane, Emilio fece di tutto per ammetterla al Giro d’Italia.
Un’occasione che Alfonsina certamente non sprecò e che la portò a lottare con entusiasmo, riuscendo a raggiugnere prestazioni anche superiori ad alcuni suoi compagni uomini.
Bravura di un’atleta che però rimarrà sempre oscurata dallo scalpore e dallo scetticismo di veder gareggiare una donna in un così arduo sport basato sulla forza e sulla prestanza fisica.
Terminata infatti quella stagione, Alfonsina non gareggio più per il Giro d’Italia e aprì un suo negozio di ricambi per biciclette a Milano.
Nemmeno la sua morte passò inosservata: passata alla guida di una motocicletta Guzzi 500 per velocizzare gli spostamenti, ebbe un infarto mortale nel tentativo di riavviarla.

Giulia

Con ispirazione dal testo di Serena Bersani, 101 Donne che hanno fatto grande Bologna, Newton Comptoir Editori, 2012

La spensieratezza estiva prima delle 10:25

Storie di vacanze e di rimpatriate famigliari

2 agosto 1980
Una data che non ha bisogno di ulteriori specifiche, una data che racchiude l’orrore e la morte di quel fantomatico giorno.
Oggi Bologna riscopre e mostra la sua cicatrice per non dimenticare, per dimostrare che la vicinanza ai parenti delle vittime non manca, per fare in modo che quelle persone abbiano sempre un volto.

A volte le iniziative di commemorazione paiono più sfilate fini a se stesse, istituzionali, con pose di fiori e discorsi preparati a tavolino per dire la frase commovente e ad effetto, ma la città di Bologna cerca da anni di evitarlo.

Il progetto della storica Cinzia Venturoli, che ha raccolto diari, certificati anagrafici e giornali d’epoca, permetterà a chi è interessato di conoscere davvero le vittime della strage. Non verranno solo recitati i loro nomi, ma si sceglieranno per ognuno luoghi simbolo in cui raccontarli e spiegare il motivo per cui alle 10:25 si trovavano in quella sala d’aspetto.
85 storie verranno lette dalle 11 alle 23 in diversi posti accuratamente scegli in città. L’iniziativa è promossa dalla Regione e dalla associazione Vittime della strage per rispondere alla curiosità più viscerale che molte persone hanno quando si approcciano alla vicenda: conoscerne i protagonisti.

La targa in stazione ne elenca i nomi, ma dietro ognuno di essi c’erano persone che quella fantomatica mattina, al risveglio, tutto si sarebbero aspettati meno che concludere la propria vita tra le macerie della sala d’aspetto di Bologna Centrale.
E le loro storie sono semplici, comuni, non lontane da quelle di chiunque altro. Chiunque altro sarebbe potuto essere lì quel giorno.

Luca aveva 6 anni e con la sua famiglia era partito per Marina di Mandria per le vacanze, poi l’incidente a Casalecchio, niente più auto e la decisione di ripartire con il treno

Lina aveva ricevuto un regalo inaspettato dalla suocera che era riuscita a vincere al lotto: a 53 anni finalmente sarebbe andata a Brunico con il marito ed era riuscita pure ad anticipare il viaggio perché si era liberata una camera. Il marito si salvò, lei no.

Velia, di Napoli, aveva il funerale del consuocero in Veneto, con il marito perde la coincidenza ed è costretta ad aspettare a Bologna il treno dopo. Lasceranno orfani 7 figli.

Pier Francesco tornava a casa dalla vacanza in riviera, sosta del treno di qualche minuto a Bologna e ne approfitta per fare una telefonata, non risalirà più sul treno.

Manuela, 11 anni, aspettava il treno per andare in colonia, con lei mamma e papà. Lui si allontana per prendere le sigarette, le perde entrambe.

Niente di straordinario, niente che esula dalle quotidianità di agosto, all’ordine del giorno per i vacanzieri estivi, italiani e non.
Oggi ci si potrà fermare ad ascoltare queste storie, prima di riprendere il trolley alla volta del mare e della montagna si potrà pensare a chi quel viaggio non è riuscito a farlo, si potrà ridare un volto a chi da 37 anni lo ha perso.

Giulia

Niente Civis o Crealis, a Bologna si viaggiava in Tram

Ad un giorno dalla festa dei lavoratori vorrei presentarvene uno che ha servito fedelmente Bologna per molti anni: il tram.

Ora come ora il suo segno, la sua traccia è rimasta in una timida rotaia che si affaccia dall’asfalto nell’attraversamento pedonale tra via Ugo Bassi e via Venezian proprio dietro il Comune di Bologna. Ma quale è stata la sua storia e come mai lo si è salutato per sempre?

I tram a cavalli

Nel 1880 Bologna decide di indire un concorso (vinto poi dalla società definita La Belga) per realizzare un servizio di trasporto cittadino fatto di tram trainati da cavalli. L’inaugurazione della prima linea fu alquanto buffa ed esilarante: le persone, infatti, alle 8.30 del 2 ottobre si accalcarono in maggioranza nei punti critici del percorso tra Piazza Nettuno e la ferrovia temendo il deragliamento del mezzo in alcune curve considerate più pericolose. Il tutto però si risolse nel modo migliore con il passaggio di carrozzoni stipati di gente in festa e un avvio del servizio definito “straordinario”.
Sei le linee originali e tutte con capolinea in piazza Vittorio Emanuele II (Piazza Maggiore).
L’originale struttura del tram era fatta senza alcun vetro nei finestrini e con una semplice tettoia impermeabile. No cani e altri animali, no cibi e vivande nè armi da fuoco, in più le persone repugnanti non erano le benvenute.

I tram elettrici

Con la scadenza della concessione della Belga si costituì a Bruxelles nel 1899 la società Les Tramways de Bologne che iniziò a gestire direttamente il servizio riproponendolo elettrificato.
Nel deposito principale, situato alla Zucca, venne fatta erigere una centrale a vapore e degli impianti di riparazione per i nuovi mezzi. Furono addestrati i conducenti ( a detta sottopagati per le 12 ore di lavoro che svolgevano) ed esattamente l’11 febbraio 1904 venne effettuata la prima corsa, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza-Stazione-Zucca.
Il tram passava circa ogni 10/20 minuti e viaggiava anche di notte. La struttura della nuove carrozze permise ai conducenti di avere un riparo dalla pioggia e di un vetro frontale, ma solo al seguito di uno sciopero indetto dagli stessi e solo nel 1910.
I biglietti delle corse variavano dai 10 ai 15 centesimi ed il 29 marzo 1904 apparve sulle carrozze il famoso cartello di “ Divieto di parlare al manovratore”.

Il primo incidente e la municipalizzazione del servizio

Il 24 novembre 1904 avvenne il primo grave incidente: un passante fu investito e si ruppe una gamba, ma decise di sollevare il manovratore da ogni responsabilità e si assunse le colpe dell’accaduto.
Circa vent’anni dopo la società belga uscì di scena ed il comune si prese carico del servizio.
Molti i problemi legati alla congestione dei mezzi nel centro a cui si cercò di porre rimedio con diversi interventi. Uno fra questi fu l’introduzione dei primi filobus sul percorso San Michele in Bosco-Zamboni che funzionerà fino alla fine della guerra.

I danni subiti e l’ultima corsa

Foto di Breviglieri

La seconda guerra mondiale fece molti feriti e tra questi rimasero coinvolti anche gli impianti dell’Atm: tram, rotaie e lo stesso deposito della Zucca dovettero essere risistemati.
Vennero anche fatti investimenti per la realizzazione di mezzi snodati, ma nel 1954 si pensò che continuare a spendere su queste infrastrutture fosse troppo costoso e si pensò di utilizzare solo i trasporti su gomma.
L’ultima corsa fu fatta il 3 novembre 1963 quando i bolognesi salutarono la vettura n.210 della linea 13- San Ruffillo. Facendosi largo tra la folla, sotto gli occhi del sindaco Dozza, si diresse al deposito della Zucca, anch’esso poi adibito a deposito automobilistico, rimessa per cavalli e palazzina di uffici.

Da allora i bolognesi hanno perso il loro tram e hanno dato il benvenuto al caotico sistema di trasporti moderno fatto di centinaia di autobus che si accodano lungo le principali direttrici della città.
Guardando con aria sognante ad una delle quattro motrici bolognesi ancora esistenti che ha ripreso a funzionare a Torino pochi anni fa, molti credono nelle parole di Merola che ipotizza un investimento per ripristinare questa tipologia di trasporto.

Ma per ora ce lo ricordiamo come un grande personaggio storico di Bologna…

Giulia

Le Sfogline: la casa dell’ombelico di Venere

Mangiare, è incorporare un territorio.
(Jean Brunhes)

Partendo dall’origine modenese del tortellino nel 1325, passando per le prime botteghe artigiane sino ad arrivare allo show food e ai video corsi online su come tirare la sfoglia, così anche uno dei più tradizionali mestieri delle nostre terre è mutato e si è aperto al mondo tecnologico e dell’innovazione.
Per comprendere meglio le dinamiche di questo incredibile processo mi sono fatta aiutare da chi lo vive e promuove tutti giorni: due grandi simboli dell’arte culinaria bolognese, due maestre che mi hanno aperto gli occhi sul nuovo modo di considerare un così antico mestiere.

Una storia fatta di profonda passione

Daniela e Monica Venturi sono le proprietarie del negozio di pasta fresca Le Sfogline in via Belvedere; la loro è una lunga storia iniziata vent’anni fa dallo slancio volenteroso di una donna che, dopo un lungo periodo di lavoro in macelleria, aveva ancora voglia di rendersi utile e far fruttare le sue abilità. Questa donna era Renata Zappoli, nonché madre delle due sorelle, la quale decide nel 1996 di
rilevare il piccolo pastificio e l’attività dai precedenti proprietari. Per i primi mesi avrebbero dovuto affiancarla ed insegnarle il mestiere al meglio, ma dopo soli cinque giorni, si è ritrovata a continuare la sua avventura da sola.

Con grinta, passione, dedizione e tanto sudore, Renata non solo ha portato avanti un negozio di pasta fresca contando esclusivamente sulle proprie braccia, ma ha anche vinto il tortellino d’oro consegnatole dal sindaco Vitali in persona.

Da piccola attività a conduzione famigliare, con al massimo 3 persone all’interno, ora Le Sfogline hanno preferito incrementare il personale.
“Abbiamo aggiunto macchine per fare i tortellini che hanno dai 32 ai 70 anni”, così Monica ironizza con lo chef stellato Davide Oldani riferendosi alla lavorazione completamente manuale dei suoi prodotti.
L’automazione e la produzione industriale di pasta fresca sarà anche in aumento, ma dentro il centro storico di Bologna vi sono circa 200 sfogline. A discapito di quello che si poteva temere dal mutamento dei tempi, molte sono le ragazze giovani interessate a questo antico mestiere, pronte a mettersi in gioco e ad imparare un’arte che non deve morire con le nostre nonne.
“Non mi interessano attestati o certificazioni, io riconosco chi è capace da quanti tortellini mi fa in un’ora”
In questo modo Daniela racconta come sceglie il suo personale e di quanto la manualità sia fondamentale per svolgere questo mestiere.

L’arruolamento di nuove braccia per tirare la sfoglia

“E’ un antistress naturale e ti tiene in forma”
A cosa serve la palestra? A Monica basta tirare la sfoglia per mantenere allenate braccia e glutei.

Nonostante non pretendano un pezzo di carta per assumere qualcuno, le sorelle Venturi credono molto nella formazione delle nuove leve e si impegnano notevolmente in questo senso.
Sia attraverso corsi più tradizionali, svolti soprattutto nei mesi estivi quando la clientela diminuisce, sia mediante la collaborazione con Samsung Maestros Accademy.
Samsung Maestros Academy porta avanti da qualche anno un progetto attraverso il quale vuole aiutare i giovani artigiani di domani ad imparare dai grandi maestri della tradizione e per farlo ha pensato di sfruttare lo strumento più utilizzato dalla nuove generazioni.

Accedendo al loro sito internet, https://maestrosacademy.samsung.it/Monica-Venturi-Corso-di-sfoglina, si può infatti vedere i programmi delle lezioni che ogni singolo artigiano (in questo caso la nostra Monica) propone al grande pubblico del web.

Monica ha dato il suo prezioso contributo attraverso 8 video-lezioni molto divertenti in cui spiega i diversi processi alla base della realizzazione di un’ottima pasta fresca: dalla creazione della sfoglia sino ad arrivare alla produzione di tortellini, tortelloni, passatelli e raviole.

Dalla casa alla mondo

Il mestiere della sfoglina, come mi racconta Daniela, è un lavoro parecchio duro e faticoso. Soprattuto in un locale a conduzione famigliare dove oltre a tenere dietro alle lavorazioni devi anche occuparti della vendita.
Da sempre, il loro banco alimentare ha l’intento di far sentire a casa i  clienti, sia attraverso modi molto cordiali e amicali, sia attraverso il laboratorio a vista che permette alle sfogline di chiacchierare e ridere in compagnia dei clienti.
Sembra proprio di entrare nella cucina della nonna il giorno di Natale quando, poco prima dell’arrivo di altri parenti, ti accoglie e ti ascolta mentre rimane concentrata a dosare il ripieno dei tortellini.
Velocità, precisione,
puntualità delle consegne, ma soprattutto attenzione alla materia prima. I prodotti di qualità sono indispensabili per servire dell’ottimo cibo: i tuorli delle uova, per esempio, devono essere di un arancione acceso, solo così il colore della sfoglia sarà veramente allettante.

Tuttavia, in parallelo alla ricerca di un ambiente casalingo, le due sorelle si sono aperte al mondo.
Ma letteralmente!
Da anni nei confronti di questo antico mestiere, come in generale nei riguardi della gastronomia italiana, forte è l’interesse da parte degli stranieri. Molti, infatti, sono i turisti disposti a pagare anche centinaia di euro alcune lezioni base per imparare a realizzare la pasta fresca.
Ma da Le Sfogline non sono venuti solo cinesi incuriositi, bensì volti noti della televisione internazionale.

Dare una lezione a Lidia Bastianich e Rick Stein

Ebbene si, Monica e Daniela Venturi hanno fatto da maestre a due chef di fama mondiale.
Lidia Bastianich, volto noto della televisione per la conduzione del talent show di cucina Junior Masterchef, nonché scrittrice e proprietaria di alcuni ristoranti, ha deciso infatti di venire a Bologna nel negozio delle due sorelle per registrare una puntata del suo programma interamente dedicata alla sfoglia.

Dall’Inghilterra, invece, ricevono la visita dello chef Rich Stein. Questa volta lo accolgono direttamente a casa loro per svelare, di fronte alle telecamere della BBC, una segreto che ancora pochi Inglesi hanno scoperto: lo spaghetto bolognese non esiste. Gli spaghetti serviti con il ragù non sono esattamente bolognesi, qui è più opportuno condirli con tonno, pomodoro e cipolla.
Forse la BBC finalmente aiuterà a far arrivare nel mondo questa verità.

Una notorietà non ricercata, ma ben accetta

Monica e Daniela hanno sempre amato il loro lavoro, ma non si aspettavano di certo così tanta fama. Il tutto è iniziato da quando Bologna 2000 ha cominciato ad occuparsi della gastronomia bolognese realizzando, per la promozione nel territorio, la guida La Cultura del Cibo – Ricette, Ristoranti e Botteghe. Dopo di che, talento e 21 anni di rinomato servizio hanno fatto il resto.

Si può pertanto dire che dietro un mestiere così tradizionale, già alle origini portatore di una ventata di novità poiché alla base del’ emancipazione femminile sul piano lavorativo, non bisogna mai scordarsi di mantenere accesa la spinta innovativa sia a livello tecnologico che promozionale.
In questo Le Sfogline, con la loro grande passione, interesse, impegno, ma soprattutto con la loro solarità e buon umore sono state eccezionali.

Il prossimo appuntamento con le due fuoriclasse della sfoglia?
Sono attese per Marzo a Londra dove, nell’hotel Maylebone realizzeranno alla mattina uno show cooking con a seguire pranzo bolognese.

Giulia

Parlando di arte: due chiacchiere con Giorgio Zucchini

Un fresco profumo, tanta luce, chiodi vuoti attaccati alle pareti e quadri appesi qua e là.

Il muro del soggiorno appare come lo spaccato di una galleria d’arte in perenne mutamento dietro il susseguirsi di collezioni che sono, che sono state e che saranno.
E poi c’è lui, in tenuta sportiva, appena tornato da una sessione di palestra, che mi accoglie con il sorriso sul volto misto ad un po’ di perplessità per la mia inaspettata curiosità.
Curiosità che però, a me pare alquanto dovuta, visto che sono di fronte al pittore bolognese Giorgio Zucchini i cui più recenti lavori sono ora esposti, insieme ad altri del gruppo dei Nuovi-Nuovi,  nella mostra Bologna dopo Morandi 1945-2015 allestita a Palazzo Fava.

Davanti ad un pezzo di torta, tra una domanda e l’altra, mi apre le porte della sua mente e mi permette di cogliere le varie sfaccettature della sua passione più grande: la pittura.

Giorgio Zucchini

Giorgio Zucchini

Amore nato da bambino nella sua casa a Mezzolara di Budrio, dove mi racconta di aver iniziato a dipingere utilizzando un unico pennellino di ferro a tre setole adibito, in realtà, alla lucidatura delle scarpe.
“I colori, i colori non erano quelli adatti” continua commuovendosi “erano smaltati, duri, ma riuscivo a dipingere le storie di Pollicino”.

Sin dall’infanzia ha quindi sentito questo forte legame con la pittura, ma ha cominciato a svilupparlo solo dopo due anni di Istituto Agrario. Al seguito di un periodo di malattia, capisce infatti che la sua strada doveva essere un’altra e, su consiglio di un’amica, inizia a studiare presso la scuola d’Arte. Dopo aver frequentato anche l’Accademia, vi diviene insegnante di laboratorio, al fianco di Bendini, suo maestro in decorazione pittorica.

“I ragazzi dipingevano e tu guardavi, commentavi e valutavi se il loro lavoro procedeva in modo coerente con le intenzioni d’opera che ti avevano delineato”.
Poche, infatti, le lezioni di tecnica prettamente teorica che lui stesso impartiva. I ragazzi,  secondo Zucchini, arrivavano al secondo anno con già parecchie capacità, alcune delle quali sicuramente innate.

E la dote più grande di Giorgio?
La sua abilità nel cogliere i dettagli, nell’osservare, ma soprattutto nel lasciarsi affascinare.
Non ha mai amato l’idea di andare via dall’Italia, di percorrere migliaia di chilometri per fare carriera o trovare l’ispirazione. Ha sempre creduto nelle potenzialità e nelle opportunità che la sua casa gli presentava.
La stessa bidimensionalità tipica Giapponese che caratterizza la maggioranza delle sue opere non è frutto di trasferte fisicamente compiute, ma nasce da viaggi intrapresi tra le pagine di alcuni libri ancora oggi riposti negli scaffali del soggiorno.
Ma la sua attenzione non è catturata esclusivamente dal contenuto di alcuni testi, gli spunti sa prenderli da qualsiasi cosa che può essere un’insegna o ciò che incontra durante le lunghe passeggiate nella campagna di Mezzolara.

E per quello ha le immancabili diapositive. Tecnica da lui estremamente sviluppata.
Gli permette di immobilizzare quel particolare che lo colpisce, di stamparlo e conservarlo per poi proiettarlo sulla parete del suo studio e lavorarci sopra.
Apprezzandone i particolari, sovrapponendone una all’altra le riproduce su tela in un modo che diviene impossibile poi riconoscere la diapositiva iniziale.

Anche il cinema ha catturato spesso la sua mente, ma soprattutto il suo cuore.
All’accademia, infatti, studia scenografia e, al termine di essa, nello studio di Via dei Bersaglieri, inizia a creare teatrini ottici.
Tuttavia gli sbocchi professionali per sviluppare sceneggiature a Bologna erano pochi e gli spazi scarseggiavano cosi Giorgio decide di cimentarsi in qualcosa di diverso e comincia a realizzare piccole opere che prendevano a modello i lavori che faceva da giovane quando viveva in campagna.

Amante del bello, lo ricerca soprattutto nella ripetizione.
La maggioranza dei suoi quadri sviluppa, infatti, un soggetto particolare e lo reitera con densità e ritmi diversi in tutta la tela. Tuttavia, il suo non è stato affatto un percorso monotematico e inquadrabile così facilmente in un’unica categoria artistica: dalla mostra inaugurale in cui presenta piccole sculture in legno, composizioni di carta, filo, gomitoli e acquerelli, passa poi ad una produzione più ambientale tendente all’astratto prediligendo l’utilizzo della tempera come tecnica pittorica che lo accompagnerà da li in avanti.

“Il filo conduttore delle mie opere? Delle cosine piccole che io inserisco sempre ed hanno una natura autonoma all’interno dalla composizione”
Cosi Giorgio descrive a grandi linee i suoi quadri, la sua arte.
Il lavoro interpretativo preferisce, però, lasciarlo fare agli altri e gli unici contributi linguistici che accompagnano i suoi quadri sono i titoli: che possono essere descrittivi, realistici o fantastici, possono nascere prima del quadro o essere selezionati a posteriori, da lui o da altri, ma che comunque lo completano.

Cura, quindi, ogni singolo dettaglio delle sue opere: le pensa, le crea, le vive e ad oggi continua a vederle esposte in numerose gallerie: dopo il recente successo avuto dalla collaborazione con il suo allievo Benuzzi, ha in programma un mostra a Reggio Emilia in cui esporrà lavori già visti ed altri inediti.

Insomma, da oltre sessant’anni, Giorgio dedica le sue giornate alla pittura; ad una dote innata ha affiancato uno studio quotidiano, costante che lo ha portato a fare di una grande passione una lunga carriera.

Tuttora, come la prima volta, assapora intensamente il momento in cui si avvicina alla tela ancora bianca e con il segno iniziale del pennello sancisce l’avvio di un nuovo travolgente viaggio…

Giulia

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