Respirando Bologna

Idee tra i portici

Category: Personaggi di oggi (page 1 of 2)

Io chi sono?

A volte il silenzio deve essere ascoltato, vissuto e assaporato. Non è facile cogliere le sfumature di idee che viaggiano veloci, che rimbombando nella testa.

Non è facile abbandonarsi all’ascolto di se stessi, dei propri problemi, dei propri dubbi.E più semplice chiuderli nella testa con cuffie ad alto volume che li ubriacano di vibrazioni. Talvolta l’unico personaggio di Bologna con cui dovremmo stare siamo noi stessi: imparare ad ascoltare quei pensieri che gorgogliano nello stomaco.

È utile anche smettere di paragonarsi ad altri: non necessariamente la nostra vita deve riscontrare similitudini con quella di qualcuno vicino a noi, non sempre la nostra esistenza dovrà avere gli stessi obiettivi di quella di un altro.

Perché rincorrere tutti le stesse affannose chimere semplicemente sulla base di quello che la cultura definisce successo?

Alla fine dei conti siamo generazioni di caproni che sanno solo prendere guardare gli terzi, che si fanno riempire di contenuti pensando che imparando le idee di altri, la nostra testa acquisisca davvero un valore aggiunto. Siamo dannatamente ciclici: i 50enni di adesso sono figli della ricerca spasmodica dell’indipendenza e del lavoro dipendente, noi crediamo nella laurea di prestigio, nell’Erasmus, in quell’altalena tra l’assaporare il posto di prestigio e il timore della disoccupazione.

Tutto questo perché non facciamo altro che copiare i ‘personaggi’ intorno a noi; non prendiamo spunto per poi puntare ad innovare, noi fotocopiamo idee vincenti e tiriamo avanti.

Con questo non credo si debba smettere di raccontare le storie di chi fa o ha fatto la differenza, di chi nel suo piccolo da un contributo alla società o semplicemente alla sua vita. Dobbiamo però capire che al centro di tutto c’è il fatto di saper ascoltare la propria di narrazione, saperci porre quelle domande all’apparenza banali che nascondono risposte inaspettate.

 Cosa vorremmo di più nella vita? Questa è una domanda a cui credo di poter rispondere rimanendo nel cliché del 90% degli italiani, ma nella realtà profonda dei fatti nessuno di noi darà veramente la propria. 

Lettera agli elettori 2018

Le elezioni parlamentari italiane del 2018 si sono appena concluse ed in queste ore la maggior parte delle persone si sono viste nei numeri che affollano gli schermi della Maratona di Mentana.
Nella realtà dei fatti però una percentuale non rappresenta la vera forza di chi domenica ha deciso di vestire i panni dell’elettore.

Ma cosa significa davvero essere elettori? Forse a molti è poco chiaro.
In Emilia Romagna il 78,21 % degli abitanti della regione ha deciso di andare a votare.
Andare a votare tuttavia non implica solamente affrontare la sonnolenza della domenica e fare una croce su un partito nella riservatezza di una cabina elettorale per poi vantarsi con gli amici di averlo fatto, bensì si fonda su un concetto che a molti italiani risulta oscuro: la possibilità di fare una scelta.

Quotidianamente siamo spinti a decidere sulla nostra vita anche nei più semplici aspetti spesso senza rendercene conto, quando però in ballo c’è la stabilità di un’intera Nazione il nostro impegno deve essere proporzionale allo scopo.
Per questo, senza ricadere in ragionamenti banali e ridondanti, credo che l’elettore italiano medio sbagli il mondo in cui si presenta preparato alle urne.
L’immagine della tipica famiglia che a cena discute dei possibili scenari politici a suon di luoghi comuni, dichiarazioni da strada e meme su Internet rappresenta forse il più triste lascito moderno.
Non dico che il nostro approfondimento debba equivalere a conoscere a memoria ogni programma elettorale con tanto di dichiarazione dei principali leader politici, ma credo che alla base di tutto debbano esserci delle nozioni fondamentali.

La differenza tra sistema elettorale maggioritario e proporzionale deve assolutamente essere chiara. Chi domenica ha messo mano alla matita senza nemmeno sapere a grandi linee il suo voto come sarebbe stato considerato, ha sbagliato in partenza.
Ancora più basilare l’idea che, nonostante quello che ci fanno credere i politici odierni, ci sono delle intermediazioni tra quella che è la nostra scelta e concretamente colui che diventerà presidente del consiglio dei ministri. Che NON è il presidente della camera dei deputati! Anche questo non dovrebbe essere un mistero per chi decide di andare a votare.

Quest’anno si è votato per la prima volta mediante la legge elettorale denominata Rosatellum (Bis): per potersi definire elettori consapevoli, leggerla nei suoi punti più sostanziali era il primo passo da  fare.
Negli ultimi mesi poi, per chi è un vero e proprio internauta, le possibilità di informasi in modo consapevole sono state molte.
Anche Facebook ha fornito diversi strumenti per avere il quadro completo della situazione: dai programmi elettorali a confronto sui principali temi, passando per le interviste in diretta in partnership con ANSA ai principali leader politici, sino alla profilata spiegazione dei candidati di ogni singolo collegio uninominale.

Oltre alle elementari nozioni di diritto pubblico che gli aventi diritto di voto dovrebbero avere ben consolidate, si può passare a considerare le motivazione per cui tra le proposte date si è scelto un partito o una coalizione piuttosto che un’altra.
Non entrerò nel merito dei rispettivi programmi elettorali, ma mi auguro che chi ha compiuto questa importante scelta almeno tre distinte argomentazioni a favore della sua decisione le abbia avute. Motivazioni ben documentate da numeri e fatti, non basante su qualche slogan sentito da chi ha saputo fare la voce più grossa. Argomentazioni anche su un capillare confronto con quello che è stato il passato del nostro Paese e con quello che altri partiti dichiarano in merito.
Una volta scelto a chi dare il proprio voto, prima della croce definitiva, era d’obbligo aprire il sito web del partito, avendo veramente chiara la complessità della proposta.

Non condivido l’astensionismo, non condivido l’approssimazione, non condivido il pressappochismo ed il populismo. Credo nel ragionamento e nelle emozioni, credo nella forza di fare una scelta con la volontà di non rimanere a guardare chi l’ha compiuta per te.

Giulia

Alma Mater Studiorum

Un nome, un’istituzione. Tutti i bolognesi la conoscono: alcuni si vantano per il prestigio, altri se ne lamentano per i disordini causati dai movimenti studenteschi, tuttavia pochi davvero sanno la sua storia.
Ma di fatto è il personaggio più internazionale della città emiliana.
Ecco allora riproposti alcuni dei passaggi e degli aneddoti più interessanti che la riguardano.

Come tutto ebbe inizio

L’Università di Bologna, nonostante il nome Alma Mater rimandi ad un concetto religioso sia per i romani che per il Cristiani Medioevali, sorge da un’organizzazione popolare che ha deciso di rendere indipendente l’insegnamento da qualsiasi altro potere.
Il 1088 è considerata la datazione ufficiale, momento in cui la Chiesa ha smesso di interferire nell’alta formazione ed Irnerio (che per alcuni rappresenta una delle figure cardine) porta alla fondazione della realtà attuale.
Alla base dell’organizzazione primordiale però non vi era un’istituzione comunale, ma “il modello corporativo” delle nationes: insiemi di studenti che pagavano attraverso donazioni in denaro (collectio) direttamente i docenti. E dietro al concetto di offerta risiedeva il fatto che la scienza veniva comunque ancora considerata un dono di Dio e non poteva pertanto essere venduta. Il Comune più volte è intervenuto per assicurante la continuità. Un’ ulteriore funzionalità delle naziones era l’aiuto reciproco fra compagni della stessa nazione. A testimonianza di ciò ancora adesso l’Archiginnasio mostra un complesso araldico con circa 600 stemmi studenteschi ed in pieno centro è ancora presente il Collegio di Spagna.
A sancirne la piena indipendenza fu però Federico I Barbarossa nel 1158 con la Constitutio Habita con la quale stabilisce che ogni Scuola dovesse essere formata con una societas (di siti allievi) presieduta da un maestro compensato da quote. L’Impero inoltre si impegna a proteggere dalle intrusioni di ogni autorità politica tutti gli scholares che viaggiano per ragioni di studio.

ALMA MATER culla di Enfant Prodige e all’avanguardia per l’integrazione

Tanti i nomi più illustri che notoriamente hanno calpestato i corridoio della grande università bolognese quali Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Guido Guinizelli, Ulisse Aldrovandi o lo stesso Erasmo da Rotterdam, studente all’età di quarant’anni per un anno. Da non dimenticare poi gli illustri ospiti internazionali come Thomas Becket, Paracelso, Raimundo de Pegñafort e Albrecht Dürer.
Ma oltre queste grandi menti di fa mondiale, l’università di Bologna è stata culla di alcuni dei primati più importanti d’Italia.
Un bambino si laureò in Medicina a soli 10 anni. Luigi Magni nacque il 22 giugno 1651 e ottenne la laurea il 26 settembre 1661 specificatamente in utraque facultate: cioè sia per filosofia che per medicina. A testimonianza di ciò un documento conservato all’Archivio di Stato.
Come se la spiccata precocità non bastasse, il 26 giugno 1666 tenne una pubblica disputa all’Archiginnasio su temi di logica e di medicina ed insegnò all’università a studenti molto più grandi di lui. Lettore di logica, di teoria e di pratica della medicina straordinaria, morì sfortunatamente a 37 anni.
Inoltre leggenda narra che l’Alma Mater ammise donne all’insegnamento sin dal XII e tra le più celebri insegnanti di sesso femminile non può che spiccare Laura Bassi, la quale nel 1732, a soli 22 anni, ebbe la cattedra di filosofia e nel 1776 quella di fisica sperimentale.

All’Università conservato il più antico rotolo del pentateuco ebraico

Oltre al glorioso passato fatto di strabilianti protagonisti, l’Università di Bologna ancora una volta fa parlare di se per un immenso patrimonio che le appartiene. Nel 2013 il professor Mauro Perani, ordinario di Ebraico presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna riconosce ufficialmente l’originalità del “Rotulo 2” presente nella Biblioteca Universitaria. Si tratta del più antico Pentateuco ebraico al mondo: fatto di morbida pelle di vitello, contiene, in un documento lungo 36 metri e alto 64 centimetri, il testo completo della Torah in ebraico. Le analisi con Carbonio 14 hanno permesso l’accurata datazione, mentre le indagini sulle fonti ne hanno costruito la storia.
Il Rotulo 2 è infatti lo stesso che per secoli è stato conservato dai Domenicani di Bologna come una fra le loro reliquie più preziose.
Ad ora il rotolo è consultabile in modalità touch screen in Biblioteca.
Come riporta lo stesso sito dell’Università, questa storia sembra proprio voler riconfermare il legame che unisce a doppio file Bologna e la Torah. Oltre all’autenticazione del Rotulo 2, nella città felsinea, il cui nome Bo-lan-yah in ebraico significa “In essa alloggia il Signore”, fu stampata anche nel 1482 la prima edizione del Pentateuco ebraico.
 

 

Giulia

FICO? O non così FICO?

BOLOGNA- La nuova creatura del patron di Eataly Farinetti, a due mesi dall’apertura dei cancelli, porta con se’ un’aura di indeterminatezza e di perplessità. Gli esperti si dividono tra chi crede nelle potenzialità di questo colosso e chi ancora titubante si aggira tra gli scaffali in cerca della vera natura delLa nuova Fabbrica Italiana Contadina.

Fico

Definito da molti un parco giochi del cibo, un espositore delle eccellenze enogastronomiche italiane, all’apparenza sembra semplicemente un grande centro commerciale dai prezzi non proprio accessibili.
Realizzato attraverso la riqualificazione edilizia e funzionale di parte del complesso aziendale CAAB a Bologna, in via Paolo Canali, Fico Eataly World è un complesso di circa 10 ettari di cui 2 adibiti a campi e stalle all’aria aperta. Ospita 40 fabbriche, 40 luoghi ristoro e 6 grandi giostre educative. La città lo aspetta dalla primavera del 2015, prima data ufficiosa di apertura, per poi dare il benvenuto a turisti e curiosi definitivamente il 15 novembre 2017. La cerimonia di apertura in pompa magna ha visto presenti sia Oscar Farinetti che Paolo Gentiloni, pronti a dare il via all’avventura di una realtà che dovrebbe fare da “palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità”.

Logo Fico Eataly World, Foto TIF

Tra intenzioni e realtà

Il progetto ha richiesto quattro anni per essere completato; con l’aiuto del comune di Bologna e del CAAB stesso, ci sono voluti circa 120 milioni di euro per metterlo in piedi. Tuttavia per molti utenti e giornalisti il risultato appare un po’ al di sotto delle aspettative.« I had spent three days at FICO at that point, and I still didn’t quite understand what exactly it was trying to be».
sottolinea il corrispondente del New York Times, Evan Rail. Ma anche il The Guardian affonda la lama, criticando nel complesso la struttura schiacciata da questa apparentemente inconciliabile tensione tra commerciale ed educazionale. A sottolineare la concretezza di alcuni problemi sono però gli utenti stessi che attraverso commenti online e sporadiche dichiarazioni elencano quali sono le perplessità sul grande centro agroalimentare.
Biglietti dell’autobus troppo cari da 7 euro andata e ritorno, prezzi dei prodotti che ricordano i dutyfree tipici degli aeroporti, ristoranti senza menù in vista e scarse indicazioni anche per il bagno.
Aperto dalle 10 di mattina sino a mezzanotte, in alcuni momenti presenta membri del personale non intenti in grosse attività: l’immagine di sei commesse ferme senza clienti in uscita in venerdì lascia un po’ di amarezza.

La spinta verso il futuro

Amarezza data dal fatto che il posto ha tantissime potenzialità: ogni negozio appare come una vera e propria boutique raffinata e curata nel marketing. Le grandi aziende mostrano parte della loro produzione dietro vetrine che separano i clienti da macchinari imponenti ed affascinanti. I workshop sono bene strutturati e le giostre, descritte come molto semplici nelle spiegazioni, possono portare l’indotto dei flussi di scolaresche. Tuttavia il traffico delle persone sembra ancora poco e in tanti si domandano come potrà resistere la struttura.
Ma come riporta il Corriere di Bologna, lo stesso Farinetti risponde alle critiche ammettendo alcuni errori:
«FICO è una macchina nuova che fa i 300 all’ora e noi abbiamo appena preso la patente».
L’impegno sarà incentrato sul far capire meglio al pubblico cosa offre la struttura, probabilmente con l’introduzione di audioguide, continua il patron del progetto, ma la politica dei prezzi appare indiscutibile.
Il prossimo appuntamento che offre la struttura sarà l’incontro del 26 gennaio che prevede una lezione di Luca Parmitano, Samantha Cristoforetti e Paolo Nespoli sulle abitudini alimentari degli astronauti.
E speriamo che anche FICO possa davvero prendere il volo.

 

Giulia

Vincenzo Vottero: una passione chiamata qualità

Chef del suo ristorante Vivo-Taste Lab, Executive Chef del Ristorante Petroniano e proprietario dell’Antica Trattoria del Reno-‘Italian Grill & BB Quality’, Vincenzo Vottero torna dopo anni in giro per il mondo ad arricchire il territorio bolognese con la sua cucina sperimentale e tradizionale allo stesso tempo, ma soprattutto con tanta voglia di mettersi in gioco.

Poco incline a sottolineare il suo passato fatto di grandi collaborazioni con personalità del calibro di Gualtiero Marchesi, preferisce concentrarsi sui suoi progetti futuri per far di Bologna un centro enogastronomico di gran qualità.
≪Ringrazierò sempre Gualtiero Marchesi da cui ho appreso l’apertura mentale e la consapevolezza che c’è qualcosa oltre la tagliatella tradizionale, ma credo sia meglio guardare avanti e soffermarsi sui nuovi propositi≫.

Un progetto di qualità

Da l’anno prossimo infatti vorrà avviare in collaborazione con ASCOM Bologna un progetto mirato a riportare l’attenzione sulla cultura della qualità. Da sempre promotore della cucina senza carni e pesce da allevamenti intensivi, vuole mettere insieme un team di professionisti dell’enogastronomia per fornire parametri e stilare un disciplinare che servirà da base per assegnare una certificazione di qualità alle aziende del settore, alle botteghe e ai ristoranti che lo richiederanno. Tra i nomi del futuro gruppo di collaboratori anche grandi della pasticceria come Gino Fabbri e Francesco Elmi.
≪Il progetto denominato BL Quality non mira a dare un disciplinare troppo rigido≫ spiega Vincenzo Vottero ≪ma a far capire che per avere qualità ci vuole un’etica.
Per coloro che richiederanno la certificazione verranno infatti fatti controlli su fatture e visite periodiche permetteranno di valutare che i parametri del disciplinare vengano rispettati.

Una cucina dinamica e il rapporto con il mondo della Mixology

Da anni però Vincenzo non persegue solo la qualità, ma alla base del suo mestiere c’è da sempre un intenso studio per costruire nuovi abbinamenti e raggiungere gli obiettivi prefissati.
Nonostante lo ritenga un mestiere molto di pancia, la cucina non è solo il piatto fine a stesso, ma dietro vi è un processo più lungo fatto di un’idea, di un progetto e di un attento studio.
I riferimenti alla tradizione però rimangono nei suoi piatti come per il tortellino creativo che ha vinto la gara di palazzo Re Enzo come miglior rivisitazione della ricetta originale.
≪Non dimenticherò mai mio nonno che diceva di mettere il lambrusco nel brodo per sgrassarlo, anche se non funziona propriamente così, ed io lo ripropongo sferificato per dare quel tocco di acidità che agevola la digestione≫.

Tuttavia i suoi interessi si spingono oltre la sola cucina e nel nuovo ristorante in Piazza di Porta Saragozza Vivo-Taste Lab, Vincenzo ingaggia anche un bartender di grande successo quale Fabio Arlotti per accompagnare le su portate con cocktail di qualità e offrire un servizio in più alla propria clientela.
≪La Mixology ora più che mai si intesserà con il mondo del food, e ai barman è utile una formazione che permetta loro di avere tecniche quali l’estrazione di succhi o le cotture a basse temperature. Il tutto per realizzare cocktail che sappiano esaltare il prodotto nel piatto≫.

Un consiglio ai giovani che sognano questo mestiere

Guardando poi con aria un po’ sconsolata ad un’Italia che ancora fatica a valorizzare l’enogastronomia come il vero cuore pulsante della sua economia, suggerisce ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere di prepararsi e valutare bene le difficoltà che dovranno affrontare.
É un mestiere duro, fatto di sacrifici sia di tempo che di denaro, che di fatica fisica: gli ambienti di lavoro sono ostici e ti mettono alla prova. La concorrenza è tanto e non sempre le soddisfazioni arrivano velocemente. Non basta la fotta, ci vuole tanto studio, ma soprattuto molta passione.

Giulia Bergami

La spensieratezza estiva prima delle 10:25

Storie di vacanze e di rimpatriate famigliari

2 agosto 1980
Una data che non ha bisogno di ulteriori specifiche, una data che racchiude l’orrore e la morte di quel fantomatico giorno.
Oggi Bologna riscopre e mostra la sua cicatrice per non dimenticare, per dimostrare che la vicinanza ai parenti delle vittime non manca, per fare in modo che quelle persone abbiano sempre un volto.

A volte le iniziative di commemorazione paiono più sfilate fini a se stesse, istituzionali, con pose di fiori e discorsi preparati a tavolino per dire la frase commovente e ad effetto, ma la città di Bologna cerca da anni di evitarlo.

Il progetto della storica Cinzia Venturoli, che ha raccolto diari, certificati anagrafici e giornali d’epoca, permetterà a chi è interessato di conoscere davvero le vittime della strage. Non verranno solo recitati i loro nomi, ma si sceglieranno per ognuno luoghi simbolo in cui raccontarli e spiegare il motivo per cui alle 10:25 si trovavano in quella sala d’aspetto.
85 storie verranno lette dalle 11 alle 23 in diversi posti accuratamente scegli in città. L’iniziativa è promossa dalla Regione e dalla associazione Vittime della strage per rispondere alla curiosità più viscerale che molte persone hanno quando si approcciano alla vicenda: conoscerne i protagonisti.

La targa in stazione ne elenca i nomi, ma dietro ognuno di essi c’erano persone che quella fantomatica mattina, al risveglio, tutto si sarebbero aspettati meno che concludere la propria vita tra le macerie della sala d’aspetto di Bologna Centrale.
E le loro storie sono semplici, comuni, non lontane da quelle di chiunque altro. Chiunque altro sarebbe potuto essere lì quel giorno.

Luca aveva 6 anni e con la sua famiglia era partito per Marina di Mandria per le vacanze, poi l’incidente a Casalecchio, niente più auto e la decisione di ripartire con il treno

Lina aveva ricevuto un regalo inaspettato dalla suocera che era riuscita a vincere al lotto: a 53 anni finalmente sarebbe andata a Brunico con il marito ed era riuscita pure ad anticipare il viaggio perché si era liberata una camera. Il marito si salvò, lei no.

Velia, di Napoli, aveva il funerale del consuocero in Veneto, con il marito perde la coincidenza ed è costretta ad aspettare a Bologna il treno dopo. Lasceranno orfani 7 figli.

Pier Francesco tornava a casa dalla vacanza in riviera, sosta del treno di qualche minuto a Bologna e ne approfitta per fare una telefonata, non risalirà più sul treno.

Manuela, 11 anni, aspettava il treno per andare in colonia, con lei mamma e papà. Lui si allontana per prendere le sigarette, le perde entrambe.

Niente di straordinario, niente che esula dalle quotidianità di agosto, all’ordine del giorno per i vacanzieri estivi, italiani e non.
Oggi ci si potrà fermare ad ascoltare queste storie, prima di riprendere il trolley alla volta del mare e della montagna si potrà pensare a chi quel viaggio non è riuscito a farlo, si potrà ridare un volto a chi da 37 anni lo ha perso.

Giulia

Parkour: la disciplina dietro il salto

Biografilm Festival presenta in anteprima mondiale Êntre et durer il film di Serena Mignani, ex studentessa del Dams che ha deciso di ripartire proprio da Bologna per la realizzazione di questo suo piccolo capolavoro.

≪La colpa di tutto va a mio figlio, non fosse stato per lui e per la sua esuberanza, non avrei mai realizzato nulla di ciò≫.
Il film ha origine infatti dalla grande tenacia di una madre che invece di impedire uno sport al figlio per timore dell’apparente pericolosità, decide di seguirlo in questa avventura pronta ad accrescere la sua consapevolezza in materia e a mettersi in discussione con il sorriso.

Il Parkour nasce in Francia negli anni ’90 e la sua palestra è la strada: si tratta infatti di quella disciplina che vede ragazzi intenti a saltare da un cornicione all’altro, fare capriole sui tetti o arrampicarsi su muri e grondaie. Consiste nel superamento di qualsiasi ostacolo con la maggiore efficenza di movimento possibile.
≪Il tutto però non è lasciato al caso, ho scoperto che dietro i loro allenamenti c’è moltissima disciplina ed una grande etica≫ dichiara Serena, orgogliosa di sapere quanto le paure ed i giudizi non sempre comprensivi riguardo questo sport, siano in realtà frutto di una scarsa conoscenza e di qualche pregiudizio di troppo.

La stessa Bologna ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di questo lungometraggio: ha fatto da culla ai primi passi di Serena e Lorenzo che sono partiti proprio dagli ambienti in cui in città si pratica Parkour. Tra i più importanti la crew Eden che da poco si sono strutturati e si occupano di formare i giovani che si vogliono approcciare alla disciplina. Molti gli allenamenti in palestra che ti dovrebbero preparare ad affrontare con più sicurezza gli ostacoli urbani.
≪Hanno voglia di esprimere i loro valori e di sfatare i miti ed i pregiudizi che ruotano intorno al parkour ≫.

Ma Serena non si è fermata alla sua città per affrontare quest’indagine: decide di scoprire le origini e la filosofia che si cela dietro questa disciplina andando anche in altre nazioni e continenti.
Volevo capire come le altre donne affrontassero il groviglio di emozioni fatto prevalentemente di stupore e paura, come affrontassero il timore per la vita dei propri cari, come vincessero il senso di colpa≫.
É questione di una diversa interpretazione del concetto di rischio, fiducia e paura nelle varie culture, ma si tratta anche di un profondo esempio di educazione.

Questo film vuole infatti dimostrale come anche il legame più ancestrale e naturale tra madre e figlio possa essere messo alla prova dalla vita.
Serena ha deciso di lottare per mantenerlo e si è buttata in un avventura che dietro la scoperta del parkour nasconde un vero e proprio percorso di crescita a fianco di Lorenzo.

Prossimo obiettivo di Serena: far si che questo film venga proiettato anche nelle scuole, affinché le persone possano trarre esempio da questa storia e comprendano come le iniziative e le attitudine dei figli non vadano in alcun modo represse a prescindere, ma ascoltate e valutate in un comune viaggio verso la consapevolezza

Teaser Film 

Giulia Bergami

A casa di Lucio Va in Città

Come riaffiora il ricordo di una persona che non fa più parte della nostra vita?

Succede a chiunque di fermarsi in un luogo, osservare cosa ci accade intorno, ma con la mente guardare a ciò che non appartiene più al tempo presente bensì all’attimo del passato in cui si condividevano quegli spazi con la persona che ora non c’è più.

Partendo da questa emozione estremamente forte, che nel bene o nel male arriva al cuore di tutti una volta nella vita, l’associazione A Casa di Lucio ha deciso di organizzare alcuni tour in giro per la città in onore dell’anniversario della sua morte. Non si tratta di semplici percorsi, ma di veri e propri cammini guidati per le tappe che hanno segnato la vita di un grande artista nonché intramontabile simbolo della città.

Uno di questi era organizzato da un Virgilio d’eccezione: il giornalista di Repubblica Assante. Dall’alto della sua professionalità, ma soprattutto della sua passione, ha raccontato la storia di Lucio Dalla nel modo più naturale e spontaneo possibile facendo immergere il gruppo in una magica e alternativa lezione di musica.
Infatti Assante mostrerà per tutto il tour come la vita privata, i rapporti di amicizia con Roversi, l’amore per la madre abbiano scandito e condotto anche il percorso artistico di Dalla.
Emblema di come per molte persone la musica sia un qualcosa di indispensabile: una delle poche manifestazioni artistiche che l’uomo non può che fare sue per ricordare o semplicemente per vivere appieno gli attimi della vita.

La vera Piazza Grande di Bologna

La canzone parla di piazza Cavour: la sua casa.

Quella in cui, al civico 2, è nato e cresciuto con la tanto amata mamma Jole per molti anni della sua vita.
Dove ha ricevuto il suo primo clarinetto per iniziare la sua avventura musicale, dove ha giocato le partite a pallone con gli amici.
Dove ancora adesso si trova quello che era il suo barbiere di fiducia e da dove è partito per le collaborazioni con i Flippers, l’esordio da cantautore e le partecipazioni di Sanremo.
Insomma Piazza Cavour è la culla del grande cantautore bolognese, quella che lo ha avvicinato alla musica jazz e successivamente alla realizzazioni di testi celebrativi per la sua città.

Tuttavia il vero punto di riflessione, il fermo-immagine della prima tappa, è il Lucio artista e poeta che canta di sé in modo velato, riservato, mischiando spaccati di vita con la finzione, lasciando che solo pochi eletti conoscessero la verità.

Secondo luogo di sosta: Piazza San Domenico

Anche nel modo in cui vive la fede Dalla sa essere sopra le righe: molto spirituale tuttavia non sempre convenzionale nel rispettare la morale e le regole Cattoliche.

Questa, la Chiesa del suo grandissimo amico e confidente Michele Casali che lo accompagnerà e gli starà vicino in innumerevoli occasioni, ma anche noto punto di partenza delle giovanili avventure in Vespa sui colli bolognesi.

Casa di vicolo Mariscotti 5 apre la porta alla musica popolare italiana

Qui fuori Assante raggruppa le persone in cerchio, si concentra e racconta con grande pathos cosa rappresenta davvero quel portone contornato di edera.
Non è certamente importante perché la terza casa in ordine cronologico che ha abitato, ma perché tra quelle mura si concentra un periodo artistico e professionale molto particolare.
Perde la madre Jole a cui era particolarmente legato, taglia i ponti con Roversi e realizza uno dei suoi più grandi capolavori: come è profondo il mare. Una canzone che parla per immagini, non la capisci letteralmente, ma la comprendi e la fai tua, frutto della magia dell’arte popolare.
Apre la stagione artistica italiana degli anni 80, quella dei grandi successi.
Inizia a girare per gli stadi ad organizzare concerti in un periodo in cui nessuno pensava minimamente di farli per i tumulti che ogni volta si verificavano. Ed è proprio da avventure così che nascono artisti come gli Stadio (da cui il nome).
Decide allora di avviare una sua etichetta discografica, Pressing, ed inizia a lanciare giovani talenti senza aspettarsi nulla in cambio, solo per la passione di ciò che stava facendo.

Dalla riempie lo studio della Fonoprint

Passione che vedrà la sua massima esplosione nel lavoro capillare che realizzato allo studio di registrazione della Fonoprint.
Un ambiente davvero all’avanguardia per le apparecchiature, inserito all’interno delle mura di un convento del ‘400 e con una sonorità in grado di attirare cantanti da ogni parte d’Italia.
Nonostante la notorietà e l’abitudine a trattare con artisti di grande successo, dalle parole di Paola Cevenini, figura di punta tra i soci Fonoprint, emerge una profonda commozione e quasi un fraterno legame con quell’eccentrico cantautore, dalle incredibili doti, ma anche dai modi alquanto imprevedibili che li ha fatti letteralmente impazzire.
“Stavo con lui fino alle cinque di mattina, mi mandava a quel paese dandomi dell’incompetente, ma poi tornava con le paste fresche di forno facendomi i complimenti”
Cosi Maurizio Biancani, Sound Engineer ed amministratore della Fonoprint, racconta di un uomo realmente capace di allestire tutto da solo per i suoi concerti, di un profondo conoscitore della sonorità e dei segreti chiave per una ritmica efficace.
Poi Caruso immerge la stanza, la voce di Dalla e Pavarotti in versione cantante pop riempiono l’ambiente e fanno scendere una lacrima a tutti.
“Pavarotti lo imitava, ha imparato a cantare pop da lui”.
Poi 3 marzo 1943 ed infine Henna.
Magnifico, puro.
Un’ iniezione di Lucio autentica e stupefacente, ideale per comprendere il Dalla cantante, ma anche il Dalla uomo.

Ultima Tappa: la mitica casa di Via D’Azeglio

Forse la tappa più ambita e attesa, si rivela il segno di evidenziatore su un libro stampato: sottolinea un’eccentricità presente in ogni ambito della vita di Lucio.
Non è da tutti possedere una stanza in cui tenere tutti i modellini, le miniature, i giochi, un televisore al plasma e delle sedie da cinema. Non è comune ricoprire le pareti di casa di opere d’arte e dislocare un’appartamento su ben tre piani da quasi 2500 metri quadri complessivi.

Ma Dalla questo non lo era: non era comune, non era tutti. Lui salutava il Papa stringendoli la mano e, secondo la leggenda, chiedendogli se Gesù fosse stato davvero gay, lui si dice preferisse girare scalzo, lui lascia scritto sulla porta del suo studio: “Porci…sto pensando…fatevi un giro”.

Giulia

Le Sfogline: la casa dell’ombelico di Venere

Mangiare, è incorporare un territorio.
(Jean Brunhes)

Partendo dall’origine modenese del tortellino nel 1325, passando per le prime botteghe artigiane sino ad arrivare allo show food e ai video corsi online su come tirare la sfoglia, così anche uno dei più tradizionali mestieri delle nostre terre è mutato e si è aperto al mondo tecnologico e dell’innovazione.
Per comprendere meglio le dinamiche di questo incredibile processo mi sono fatta aiutare da chi lo vive e promuove tutti giorni: due grandi simboli dell’arte culinaria bolognese, due maestre che mi hanno aperto gli occhi sul nuovo modo di considerare un così antico mestiere.

Una storia fatta di profonda passione

Daniela e Monica Venturi sono le proprietarie del negozio di pasta fresca Le Sfogline in via Belvedere; la loro è una lunga storia iniziata vent’anni fa dallo slancio volenteroso di una donna che, dopo un lungo periodo di lavoro in macelleria, aveva ancora voglia di rendersi utile e far fruttare le sue abilità. Questa donna era Renata Zappoli, nonché madre delle due sorelle, la quale decide nel 1996 di
rilevare il piccolo pastificio e l’attività dai precedenti proprietari. Per i primi mesi avrebbero dovuto affiancarla ed insegnarle il mestiere al meglio, ma dopo soli cinque giorni, si è ritrovata a continuare la sua avventura da sola.

Con grinta, passione, dedizione e tanto sudore, Renata non solo ha portato avanti un negozio di pasta fresca contando esclusivamente sulle proprie braccia, ma ha anche vinto il tortellino d’oro consegnatole dal sindaco Vitali in persona.

Da piccola attività a conduzione famigliare, con al massimo 3 persone all’interno, ora Le Sfogline hanno preferito incrementare il personale.
“Abbiamo aggiunto macchine per fare i tortellini che hanno dai 32 ai 70 anni”, così Monica ironizza con lo chef stellato Davide Oldani riferendosi alla lavorazione completamente manuale dei suoi prodotti.
L’automazione e la produzione industriale di pasta fresca sarà anche in aumento, ma dentro il centro storico di Bologna vi sono circa 200 sfogline. A discapito di quello che si poteva temere dal mutamento dei tempi, molte sono le ragazze giovani interessate a questo antico mestiere, pronte a mettersi in gioco e ad imparare un’arte che non deve morire con le nostre nonne.
“Non mi interessano attestati o certificazioni, io riconosco chi è capace da quanti tortellini mi fa in un’ora”
In questo modo Daniela racconta come sceglie il suo personale e di quanto la manualità sia fondamentale per svolgere questo mestiere.

L’arruolamento di nuove braccia per tirare la sfoglia

“E’ un antistress naturale e ti tiene in forma”
A cosa serve la palestra? A Monica basta tirare la sfoglia per mantenere allenate braccia e glutei.

Nonostante non pretendano un pezzo di carta per assumere qualcuno, le sorelle Venturi credono molto nella formazione delle nuove leve e si impegnano notevolmente in questo senso.
Sia attraverso corsi più tradizionali, svolti soprattutto nei mesi estivi quando la clientela diminuisce, sia mediante la collaborazione con Samsung Maestros Accademy.
Samsung Maestros Academy porta avanti da qualche anno un progetto attraverso il quale vuole aiutare i giovani artigiani di domani ad imparare dai grandi maestri della tradizione e per farlo ha pensato di sfruttare lo strumento più utilizzato dalla nuove generazioni.

Accedendo al loro sito internet, https://maestrosacademy.samsung.it/Monica-Venturi-Corso-di-sfoglina, si può infatti vedere i programmi delle lezioni che ogni singolo artigiano (in questo caso la nostra Monica) propone al grande pubblico del web.

Monica ha dato il suo prezioso contributo attraverso 8 video-lezioni molto divertenti in cui spiega i diversi processi alla base della realizzazione di un’ottima pasta fresca: dalla creazione della sfoglia sino ad arrivare alla produzione di tortellini, tortelloni, passatelli e raviole.

Dalla casa alla mondo

Il mestiere della sfoglina, come mi racconta Daniela, è un lavoro parecchio duro e faticoso. Soprattuto in un locale a conduzione famigliare dove oltre a tenere dietro alle lavorazioni devi anche occuparti della vendita.
Da sempre, il loro banco alimentare ha l’intento di far sentire a casa i  clienti, sia attraverso modi molto cordiali e amicali, sia attraverso il laboratorio a vista che permette alle sfogline di chiacchierare e ridere in compagnia dei clienti.
Sembra proprio di entrare nella cucina della nonna il giorno di Natale quando, poco prima dell’arrivo di altri parenti, ti accoglie e ti ascolta mentre rimane concentrata a dosare il ripieno dei tortellini.
Velocità, precisione,
puntualità delle consegne, ma soprattutto attenzione alla materia prima. I prodotti di qualità sono indispensabili per servire dell’ottimo cibo: i tuorli delle uova, per esempio, devono essere di un arancione acceso, solo così il colore della sfoglia sarà veramente allettante.

Tuttavia, in parallelo alla ricerca di un ambiente casalingo, le due sorelle si sono aperte al mondo.
Ma letteralmente!
Da anni nei confronti di questo antico mestiere, come in generale nei riguardi della gastronomia italiana, forte è l’interesse da parte degli stranieri. Molti, infatti, sono i turisti disposti a pagare anche centinaia di euro alcune lezioni base per imparare a realizzare la pasta fresca.
Ma da Le Sfogline non sono venuti solo cinesi incuriositi, bensì volti noti della televisione internazionale.

Dare una lezione a Lidia Bastianich e Rick Stein

Ebbene si, Monica e Daniela Venturi hanno fatto da maestre a due chef di fama mondiale.
Lidia Bastianich, volto noto della televisione per la conduzione del talent show di cucina Junior Masterchef, nonché scrittrice e proprietaria di alcuni ristoranti, ha deciso infatti di venire a Bologna nel negozio delle due sorelle per registrare una puntata del suo programma interamente dedicata alla sfoglia.

Dall’Inghilterra, invece, ricevono la visita dello chef Rich Stein. Questa volta lo accolgono direttamente a casa loro per svelare, di fronte alle telecamere della BBC, una segreto che ancora pochi Inglesi hanno scoperto: lo spaghetto bolognese non esiste. Gli spaghetti serviti con il ragù non sono esattamente bolognesi, qui è più opportuno condirli con tonno, pomodoro e cipolla.
Forse la BBC finalmente aiuterà a far arrivare nel mondo questa verità.

Una notorietà non ricercata, ma ben accetta

Monica e Daniela hanno sempre amato il loro lavoro, ma non si aspettavano di certo così tanta fama. Il tutto è iniziato da quando Bologna 2000 ha cominciato ad occuparsi della gastronomia bolognese realizzando, per la promozione nel territorio, la guida La Cultura del Cibo – Ricette, Ristoranti e Botteghe. Dopo di che, talento e 21 anni di rinomato servizio hanno fatto il resto.

Si può pertanto dire che dietro un mestiere così tradizionale, già alle origini portatore di una ventata di novità poiché alla base del’ emancipazione femminile sul piano lavorativo, non bisogna mai scordarsi di mantenere accesa la spinta innovativa sia a livello tecnologico che promozionale.
In questo Le Sfogline, con la loro grande passione, interesse, impegno, ma soprattutto con la loro solarità e buon umore sono state eccezionali.

Il prossimo appuntamento con le due fuoriclasse della sfoglia?
Sono attese per Marzo a Londra dove, nell’hotel Maylebone realizzeranno alla mattina uno show cooking con a seguire pranzo bolognese.

Giulia

Parlando di arte: due chiacchiere con Giorgio Zucchini

Un fresco profumo, tanta luce, chiodi vuoti attaccati alle pareti e quadri appesi qua e là.

Il muro del soggiorno appare come lo spaccato di una galleria d’arte in perenne mutamento dietro il susseguirsi di collezioni che sono, che sono state e che saranno.
E poi c’è lui, in tenuta sportiva, appena tornato da una sessione di palestra, che mi accoglie con il sorriso sul volto misto ad un po’ di perplessità per la mia inaspettata curiosità.
Curiosità che però, a me pare alquanto dovuta, visto che sono di fronte al pittore bolognese Giorgio Zucchini i cui più recenti lavori sono ora esposti, insieme ad altri del gruppo dei Nuovi-Nuovi,  nella mostra Bologna dopo Morandi 1945-2015 allestita a Palazzo Fava.

Davanti ad un pezzo di torta, tra una domanda e l’altra, mi apre le porte della sua mente e mi permette di cogliere le varie sfaccettature della sua passione più grande: la pittura.

Giorgio Zucchini

Giorgio Zucchini

Amore nato da bambino nella sua casa a Mezzolara di Budrio, dove mi racconta di aver iniziato a dipingere utilizzando un unico pennellino di ferro a tre setole adibito, in realtà, alla lucidatura delle scarpe.
“I colori, i colori non erano quelli adatti” continua commuovendosi “erano smaltati, duri, ma riuscivo a dipingere le storie di Pollicino”.

Sin dall’infanzia ha quindi sentito questo forte legame con la pittura, ma ha cominciato a svilupparlo solo dopo due anni di Istituto Agrario. Al seguito di un periodo di malattia, capisce infatti che la sua strada doveva essere un’altra e, su consiglio di un’amica, inizia a studiare presso la scuola d’Arte. Dopo aver frequentato anche l’Accademia, vi diviene insegnante di laboratorio, al fianco di Bendini, suo maestro in decorazione pittorica.

“I ragazzi dipingevano e tu guardavi, commentavi e valutavi se il loro lavoro procedeva in modo coerente con le intenzioni d’opera che ti avevano delineato”.
Poche, infatti, le lezioni di tecnica prettamente teorica che lui stesso impartiva. I ragazzi,  secondo Zucchini, arrivavano al secondo anno con già parecchie capacità, alcune delle quali sicuramente innate.

E la dote più grande di Giorgio?
La sua abilità nel cogliere i dettagli, nell’osservare, ma soprattutto nel lasciarsi affascinare.
Non ha mai amato l’idea di andare via dall’Italia, di percorrere migliaia di chilometri per fare carriera o trovare l’ispirazione. Ha sempre creduto nelle potenzialità e nelle opportunità che la sua casa gli presentava.
La stessa bidimensionalità tipica Giapponese che caratterizza la maggioranza delle sue opere non è frutto di trasferte fisicamente compiute, ma nasce da viaggi intrapresi tra le pagine di alcuni libri ancora oggi riposti negli scaffali del soggiorno.
Ma la sua attenzione non è catturata esclusivamente dal contenuto di alcuni testi, gli spunti sa prenderli da qualsiasi cosa che può essere un’insegna o ciò che incontra durante le lunghe passeggiate nella campagna di Mezzolara.

E per quello ha le immancabili diapositive. Tecnica da lui estremamente sviluppata.
Gli permette di immobilizzare quel particolare che lo colpisce, di stamparlo e conservarlo per poi proiettarlo sulla parete del suo studio e lavorarci sopra.
Apprezzandone i particolari, sovrapponendone una all’altra le riproduce su tela in un modo che diviene impossibile poi riconoscere la diapositiva iniziale.

Anche il cinema ha catturato spesso la sua mente, ma soprattutto il suo cuore.
All’accademia, infatti, studia scenografia e, al termine di essa, nello studio di Via dei Bersaglieri, inizia a creare teatrini ottici.
Tuttavia gli sbocchi professionali per sviluppare sceneggiature a Bologna erano pochi e gli spazi scarseggiavano cosi Giorgio decide di cimentarsi in qualcosa di diverso e comincia a realizzare piccole opere che prendevano a modello i lavori che faceva da giovane quando viveva in campagna.

Amante del bello, lo ricerca soprattutto nella ripetizione.
La maggioranza dei suoi quadri sviluppa, infatti, un soggetto particolare e lo reitera con densità e ritmi diversi in tutta la tela. Tuttavia, il suo non è stato affatto un percorso monotematico e inquadrabile così facilmente in un’unica categoria artistica: dalla mostra inaugurale in cui presenta piccole sculture in legno, composizioni di carta, filo, gomitoli e acquerelli, passa poi ad una produzione più ambientale tendente all’astratto prediligendo l’utilizzo della tempera come tecnica pittorica che lo accompagnerà da li in avanti.

“Il filo conduttore delle mie opere? Delle cosine piccole che io inserisco sempre ed hanno una natura autonoma all’interno dalla composizione”
Cosi Giorgio descrive a grandi linee i suoi quadri, la sua arte.
Il lavoro interpretativo preferisce, però, lasciarlo fare agli altri e gli unici contributi linguistici che accompagnano i suoi quadri sono i titoli: che possono essere descrittivi, realistici o fantastici, possono nascere prima del quadro o essere selezionati a posteriori, da lui o da altri, ma che comunque lo completano.

Cura, quindi, ogni singolo dettaglio delle sue opere: le pensa, le crea, le vive e ad oggi continua a vederle esposte in numerose gallerie: dopo il recente successo avuto dalla collaborazione con il suo allievo Benuzzi, ha in programma un mostra a Reggio Emilia in cui esporrà lavori già visti ed altri inediti.

Insomma, da oltre sessant’anni, Giorgio dedica le sue giornate alla pittura; ad una dote innata ha affiancato uno studio quotidiano, costante che lo ha portato a fare di una grande passione una lunga carriera.

Tuttora, come la prima volta, assapora intensamente il momento in cui si avvicina alla tela ancora bianca e con il segno iniziale del pennello sancisce l’avvio di un nuovo travolgente viaggio…

Giulia

Older posts

© 2018 Respirando Bologna

Theme by Anders NorenUp ↑