Respirando Bologna

Idee tra i portici

Category: Personaggi di ieri (page 2 of 2)

L’eccidio di Monte Sole

“Il tedesco si piazzò lì a sinistra, nell’angolo, con la mitragliatrice, poi cominciai a sentire tutto il sangue scorrermi addosso, il terrore e svenni”

“Li misero contro il muro come succedeva sempre e li uccisero, poi c’era un carro di fascine, lo spinsero lì vicino, glielo rovesciarono addosso e incendiarono tutto”

“Li hanno messi dentro un locale, mitragliatrice sulla finestra, bombe a mano e finché sentivano degli urli buttavano dentro qualcosa”

Queste alcune delle testimonianze dirette dei sopravvissuti alla strage di Marzabotto presenti nel documentario I Bambini del ’44 diretto e prodotto da Romeo Marconi e Riccardo De Angelis nel 2014.

In questa particolare giornata, instituita dalle Nazioni Unite il 24 gennaio 2005, si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria perché a quella data del 1945 risale la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa.

Tuttavia, per essere più corretti possibile, bisognerebbe dire che l’Italia questo giorno lo aveva già formalmente scelto.
Gli articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000 definiscono, infatti, così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere. »

Oggi, quindi, l’imperativo è: BISOGNA RICORDARE.
Perché in questo modo, per 24 ore su 8760 l’anno (circa), le persone si ricorderanno di ciò che è accaduto e, con la coscienza a posto, andranno a letto contenti di star evitando la ricaduta di suddette stragi.
Al di là del fatto che possa essere o meno d’accordo con questa giornata, che ritenga esistere o meno ipocrisia dietro le parole che a fiumi si spenderanno nelle prossime ore, ho pensato di aprire il mio breve intervento lasciando spazio a chi, sulla propria pelle, rivive quei momenti, ogni ora di ogni giorno.
Persone che, durante le terribili rappresaglie naziste compiute tra il 29 settembre ed il 5 ottobre 1944 alle pendici di Monte Sole, hanno visto sparire, di fronte ai loro occhi, pezzi interi della loro famiglia, cari amici e compaesani.
Per mano delle truppe del 16º battaglione esplorante corazzato agli ordini del maggiore a comando Walter Reder, vennero uccise 955 persone in 115 diverse località: tra esse 216 bambini fino ai 12 anni, 316 donne, 142 anziani.

Perché questo incredibile accanimento?
Da quando il feldmaresciallo Albert Kesselring scoprì che nei comuni di Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno operava la brigata partigiana Stella Rossa, guidata da Mario Fusolesi, detto il lupo, decise che fosse necessario purificare, non lasciare nulla a quelle terre che avevano dato alla luce tanti nemici del regime.
E così fecero:
A San Giovanni di Sotto furono massacrate 52 persone in un rifugio.
A Caprara 62 tra donne e bambini furono uccisi a colpi di bombe a mano.
A Casaglia, la popolazione si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Ma i tedeschi fecero irruzione  uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone ebbero lo stesso destino, ma solo dopo essere state raccolte nel cimitero: 197 vittime  tra le quali 52 bambini.
A San Martino 54 civili vennero fucilati in un’aia e bruciati.
A Cerpiano 43 persone, in gran parte bambini, furono  massacrate con bombe a mano in una cappella.

A Cadotto, uno dei pochi luoghi in cui si cercò di  combattere e in cui morì  il comandante Lupo,  furono trucidate 44 persone.
A Creda 79 tra vecchi, donne e bambini vennero uccisi in una rimessa, mentre 45 persone furono fucilate e gettate nella botte di Pioppe di Salvaro.

Un elenco lo so, un freddo elenco che dimostra come alla fine ciò che rimanga di una simile tragedia, sia un ricordo cinico di numeri e di quantità. I volti di quelle persone, più il tempo passa, più rimangono solo nelle menti degli ormai pochi sopravvissuti di quegli anni.
Bisognerebbe riuscire a trovare ogni singola foto, ogni singola storia e raccontarla. Ognuno di loro è stato un Personaggio di Bologna, ognuno di loro, meriterebbe di essere ricordato non come un nome su di una lapide, ma per il contributo più vero e profondo che ha dato negli anni in cui è stato in vita.
Mi riprometto di cercare qualcosa e di trovare delle informazioni.

Intanto, però, mi permetto un consiglio: per chi ne avesse la possibilità, un’esperienza imperdibile e magnifica nella sua unicità è la visita al Parco Regionale storico di Monte Sole istituito nel 1989 in memoria delle vittime di quelle stragi. Nato con l’intento di promuovere una cultura di pace nelle nuove generazioni, è l’ambiente ideale per raccogliersi e meditare ciò che davvero è stato, evitando di lasciarsi scivolare addosso i fatti, ma facendoli propri, come nostro è quel pendio.

In fondo quale modo migliore di ricordare e mostrare dissenso se non quello di ripopolare le stesse terre a cui i nazisti avevano deciso di togliere la vita settanta ’anni fa?

Giulia

 

Il Natale bussa alle porte,
con insistenza e determinazione.

Per alcuni è una festa ricca di emozioni, per altri un rito di passaggio obbligatorio.

Per alcuni il momento di scatenare la fantasia e sbizzarrirsi con i regali, per altri un’ulteriore forma di stress da aggiungere al poco tempo soffocato dalla routine di tutti i giorni.

Per alcuni è l’occasione di darsi alla cucina e concedersi qualche dolce in più, per altri il momento di sforzarsi ulteriormente per cercare di non mandare in fumo i progressi dell’ultima timida dieta portata avanti dall’estate.

Per alcuni è preghiera, fede, attesa della nascita del Messia, per altri il momento di affollare i negozi per approfittare del Black Friday e delle belle confezioni regalo già pronte nelle profumerie.

Per alcuni è tornare a casa e sentire il profumo di un ambiente famigliare, per altri è chiamare i propri cari via Skype percependo i chilometri che li separano con ancora più prepotenza.

Per alcuni è ritrovare i parenti intorno ad un unico tavolo felicemente festeggiando i nuovi arrivati: figli di cugini, zii o fratelli.
Per altri è la delusione di dover apparecchiare ancora una volta per una persona in meno, guardando al passato in cui a scherzare sul brodo al gusto di dado c’era ancora lei.

Per alcuni è una festa fatta di decorazioni, lucine colorate, alberi finti o veri, presepi e palline.
Per altri l’ennesima prova dell’enorme spreco di denaro in ancor più inutili suppellettili esposti solo per poche settimane l’anno.

Per alcuni esiste, per altri no.

Per alcuni è consuetudine festeggiarlo con sciarpa, cappello e cioccolata calda, per altri è più normale fare l’albero in infradito, con una maglietta dalle maniche corte sorseggiando una fresca spremuta.

Per alcuni la Vigilia è un’emozionante attesa di quell’omone vestito di rosso barbuto e panciuto che si intrufola dal camino con un sacco pieno di regali.
Per altri è fraterna complicità nel mantenere segreta la più grande scoperta delle loro giovani vite.

Per alcuni è normale viverlo all’interno delle mura domestiche,
per me è naturale trascorrerlo passeggiando per la mia amata Bologna.

Vorrei che anche voi, universitari oberati dagli esami, lavoratori alle prese con le ultime sfrenate giornate in ufficio, turisti estivi o inguaribili romantici, vi godeste con me la magia di questa splendida città che sa veramente brillare di una luce nuova durante le feste.
E per farlo ho pensato ad un breve video fotografico che possa, in pochi minuti, lasciare entrare nelle vostre case e nei vostri cuori il caldo spirito Natalizio bolognese.

 

Giulia

W San Petronio! Un attimo…chi?

img_6855
Oggi è la festa del Patrono!
Ci si può svegliare tardi, niente lavoro, niente università o scuola.
Bologna oggi ha proprio l’agenda piena: dalla benedizione in piazza di porta Ravegnana e il pranzo per gli indigenti fino ad arrivare all’atterraggio dei paracadutisti in Piazza Maggiore, la Messa con l’arcivescovo Zuppi, la processione ed il concerto dei Nomadi.

Tuttavia, sappiamo davvero chi stiamo festeggiando?
Penso che la maggioranza delle persone faccia fatica a riconoscere persino la reale motivazione del ferragosto (ammetto che dovrei informarmi anche io), figuriamoci quanti possano davvero sapere l’oscura biografia di San Petronio.
Difatti sul suo conto aleggiano anche alcune leggende e poche sono le reali informazioni sulla sua vita.
Si sa per certo che è stato l’ottavo vescovo di Bologna, dal 431 al 450/451 circa, dopo la morte del suo predecessore Felice.
Possibilmente originario della famiglia consolare Petronia romana,decide di intraprendere la via del sacerdozio coltivando studi monastici.
Di fatto ci si potrebbe limitare a riportare questo, perché nient’altro è stato rinvenuto riguardo al Santo.
Però, dopo il ritrovamento delle sue spoglie in Santo Stefano da parte dei Benedettini, questi ultimi, nel 1180 scrissero una Vita che contiene le vicende bibliografiche di San Petronio da considerare pura leggenda.

Ma è proprio questa leggenda ad aver alimentato il culto del patrono tra noi bolognesi:
Petronio, in realtà cognato dell’imperatore Teodosio II, viene inviato a Roma in quanto esattore delle tasse, per risolvere una disputa su una eresia. E’ il Papa Celestino I ad offrirgli l’incarico di successore a Felice nel vescovado di Bologna (che in realtà era sotto la diocesi di Milano) poiché in sogno è stato lo stesso San Pietro a suggerirglielo.
Arrivato in città, Petronio, capisce di trovarsi di fronte ad un comune che necessita di rialzarsi al seguito delle invasioni barbariche. Avvia quindi numerosi lavori di restauro e fa costruire il complesso di Santo Stefano delle sette chiese poiché voleva riportare a Bologna una parte della Gerusalemme da lui visitata.
Ottiene anche fondi da Teodosio II per ampliare il circuito murario, per ottenere l’autonomia civica e la concessione della Studium e cioè dell’Università.

Il miracolo:

Il libro dei Benedettini contiene anche i racconti sui miracoli fatti da Petronio. Il più conosciuto è quello riguardante un muratore che stava svolgendo dei lavori nella Chiesa di Santo Stefano. Egli precipitò dall’alto, insieme ad una colonna di pietra. Il Vescovo, che stava supervisionando il procede dei lavori,fu pronto a fare il segno della croce verso l’infelice. E qui avvenne il miracolo: la colonna rimbalzò al suolo senza spezzarsi e il muratore, che tutti credevano già morto, si rialzò da terra incolume. Alla folla accorsa l’operaio raccontò che era stata la mano stessa di Petronio a sostenere il peso della colonna ed a salvarlo.

Spero di aver mantenuto la promessa e di avervi rubato poco tempo, senza annoiarvi.
Se avete piacere di aggiungere qualche dettaglio che mi sono dimenticata di riportare, sarò felice di imparare qualcosa dai vostri commenti qui sotto.
Ed ora andate pure a festeggiare! (vantandovi di sapere perché lo state facendo)
Bacioni

Newer posts

© 2018 Respirando Bologna

Theme by Anders NorenUp ↑