Respirando Bologna

Idee tra i portici

Category: Personaggi di ieri (page 1 of 2)

Bologna tra i versi di una vita insieme

Giornata di suoni, emozioni e respiri profondi.

In una vita tante sono le facce che si possono incrociare, ognuna con una propria storia, ognuna con un suo speciale talento.

Bologna è una città culturalmente molto viva e brulicante: tra le vie di questo centro storico ne sono passati tanti di poeti nascosti dietro le maschere di impiegati, ingegneri, camerieri o professori.

I poeti sono persone che non sbandierano la loro passione, buttano giù versi nel privato della loro intimità. Li riguardano dopo mesi, ne perdono qualcuno e altri li buttano perché non li rispecchiano più. Li scopri solo se con pazienza scavi la superficie e impari ad ascoltare.

Morandi

Brevi momenti lirici

d’ intima poesia profonda.

Umili oggetti:

parole semplici

per meditati pensieri.

Umili oggetti,

sempre gli stessi:

uguali parole

per frasi diverse.

Mondo silente,

fermo nel tempo,

astratto.

Mondo incantato,

oltre la vita,

eterno.

(Gian Franco Zaccardi, Una vita insieme, Longo Editore Ravenna, 2006)

Un artista celato dietro il camice  e lo stetoscopio: una lunga carriera come medico allergolo non gli ha impedito però di sviluppare anche il suo lato poetico. Gian Franco Zaccardi Una vita insieme in versi.

Giulia

Urbex, il mostro di Casalecchio

Quali sono i personaggi maggiormente enigmatici e accattivanti se non quelli dai più dimenticati?

In quest’ultimo periodo un’attività che va molto di moda tra i ragazzi è lo Urbex (urban exploration) che consiste nell’entrare all’interno di edifici abbandonati per esplorarli e scattare foto accattivanti.

Spesso non curanti di violare proprietà private, né di essere colpiti da qualche calcinaccio, riescono a catturare immagini di interni che ora popolano il web raccontando dall’interno la realtà di una città che fu.

Anche Bologna ha i suoi abitanti silenti, i propri ruderi lasciati da soli. E oggi vorrei raccontare la storia di uno di questi.

Il mostro di Casalecchio, così è chiamato. Ha calcato le pagine della cronaca per molto tempo: un’opera incompiuta, figlia di una gestione complessa che lasciato alla natura una delle opere ritenute più belle a livello architettonico. Progettato dagli architetti Glauco, Parmeggiani e Daini negli anni ’50 riprende l’impostazione strutturale di Le Corbusier. Doveva essere un istituto professionale legato alla congregazione dei Padri Passionisti. Utilizzato in particolare per la formazione di vetrai, falegnami non arrivò mai a compimento anche se l’anima dell’edificio è perfettamente delineata. Al posto dell’arredamento abbiamo però piante, calcinacci e qualche animaletto.

Il mostro di Casalecchio si staglia imponente sulle colline di Tizzano a Ceretolo. 4 piani completamente vuoti decorati però da tantissimi graffiti. Il vandalismo anche in questo caso ha preso la meglio, per cui la maggioranza delle stanze è stata distrutta tra pareti sfondate e mattonelle divelte. Arrivare in cima però da un senso di libertà: vedi tutta Casalecchio, una parte di Bologna e anche il passaggio tra la folta sterpaglia che i tanti visitatori hanno creato. Si tratta infatti di un punto di ritrovo per moltissimi ragazzi che purtroppo ha causato anche la morte di alcuni di loro: non ci sono ringhiere, nessuna messa in sicurezza, il rischio è alto. Gli innumerevoli gruppi di giovani che vanno però non sono intenzionati a vandalizzare l’ambiente, ma sono attratti da quel posto che nel proprio stato di abbandono nasconde un pizzico di magia.

Un luogo che in fondo ha vissuto una vita diversa rispetto a quella per cui era stato progettato.

Giulia

 

Al latte o fondente: la storia dolce di Bologna

Ciotole piene di cioccolato. Finita la pausa Pasquale quello che rimane nella casa della maggioranza degli italiani è proprio questo. 

Perché allora non soffermarsi su un personaggio che ha segnato la storia più dolce della nostra città? 

Teresa Majani, una donna che nel 1796 diede vita alla famosa fabbrica di cioccolato bolognese che da 222 anni è attiva sul territorio. 

La prima bottega

Inizialmente l’azienda nasce con il nome datole da Teresa “Il Laboratorio delle Cose Dolci” che aveva la sua prima sede in una piccola bottega di fianco a San Petronio. Era il periodo della Repubblica Cispadana e delle truppe napoleoniche che avevano invaso la città. Insieme però anche al marito Francesco Majani costruirono a piccoli passi la grande impresa.  Nel 1830 venne poi acquistato il grande immobile in via de’ Carbonesi. Il vero e proprio palazzo Majani conosciuto dai più.

I primati dell’azienda 

Famosissima per la Scorza di cioccolato solido, furono infatti i primi a proporla non solo da sorseggiare in tazza. Realizzarono poi anche i noti tortellini che ricordano il simbolo storico della città, ma soprattutto Giuseppe Majani fu tra i primi a proporre le bevande gazose come Selz e Sedliz. Nel 1876 lo stesso ottenne un passaporto per Torino per andare ad acquistare una macchina a vapore che riuscisse a produrre sia elettricità che cioccolato per questo l’azienda diventerà “Stabilimento a vapore di confetture e cioccolata”, simbolo della Belle Epoque.

L’apice

Dopo aver vinto innumerevoli premi in giro per l’Europa nelle diverse esposizioni universali che si sono susseguite tra Vienna, Parigi e Milano, in Italia la cioccolateria bolognese divenne fornitrice nel 1878 della casa reale dei Savoia potendo anche usare il simbolo della casata reale nello stemma del negozio ancora visibile. Da sottolineare poi il grande scalpore e l’immensa risonanza avuta a Bologna della decisione della famiglia che fece costruire una palazzina in stile Liberty al centro di Via Indipendenza dal famoso architetto Sezanne. Lì portarono il loro laboratorio, il negozio e la stessa casa. Il piano terra era illuminato da un bellissimo lampadario di Murano, ritrovo della società aristocratica del tempo che veniva a sorseggiare la cioccolata calda.  

Il prodotto che però ha ottenuto da sempre più successo a livello nazionale è il famoso cremino Fiat creato per vincere il concorso pubblicitario indetto dalla FIAT per il lancio della Tipo 4. Nel 1913 il cremino con 4 strati di cacao e mandorla ottenne il premio e la possibilità di dare al cioccolatino la denominazione della casa automobilistica. 

La guerra e le sue difficoltà

Purtroppo anche le realtà più crescenti italiane durante il susseguirsi delle due guerre ebbero delle difficoltà. Per questo la palazzina liberty in via indipendenza venne chiusa, sostituita da un circolo di ufficiali inglesi sino al famoso H&M. Venne deciso di ricominciare l’attività di produzione del cioccolato nel Palazzo Majani in via de’ Carbonesi, ancora di proprietà. Attualmente l’azienda svolge il proprio lavoro a Crespellano, a pochi chilometri da Bologna, in due stabilimenti di proprietà per un totale di 7.500 m².

Giulia

 

Il padre del giornalismo a Bologna

In tema con la festa di ieri, un breve racconto su chi ha portato il concetto di notizia in città.

In molte tesi di dottorato e citato in altrettante vicende della Bologna del 1300, compare il nome di Pietro Villola il cartolaio-cronista di Bologna. Anche Serena Bersani nel libro Forse non tutti sanno che a Bologna… racconta di questa particolare figura. Sembrerebbe essere l’incarnazione del primo giornalista della storia cittadina: un uomo che a mano scriveva in un foglio le storie più interessanti della città e le affiggeva fuori dalla sua bottega. Alcuni dei suoi lavori sono ancora conservati nella Biblioteca Universitaria.

Mentre se ci interessiamo del giornalismo più tradizionale, quello postumo all’invenzione di Gutenberg, il primo quotidiano Bolognese, nacque il 1° ottobre 1797 con il nome piuttosto tradizionale di “Quotidiano Bolognese”.  Per la sua pubblicazione sarà costruita un’apposita tipografia, la Stamperia del Quotidiano, diretta da Jacopo Marsigli. Con 8 pagine di fascicolazione,  contiene notizie locali e si chiude con numerosi annunci commerciali e avvisi pubblicitari.  Il giornale imitava  fogli simili pubblicati a Parigi, Londra, Milano, ma fin da subito assume un tono più  aggressivo e polemico.

Solo il 20 marzo del 1885 uscì il primissimo numero della nota testata cittadina Il Resto del Carlino con l’editoriale , di uno dei fondatori Giulio Padovani che s’intitolava semplicemente «?».

« Il punto interrogativo che scriviamo in fronte al primo articolo sta a sintetizzare la curiosità dei lettori riguardo al come e al perché della nostra pubblicazione. Questa curiosità ci affrettiamo di appagare il più breve e il più chiaramente possibile, a scanso di futuri equivoci. Vogliamo fare un giornale piccolo per chi non ha tempo di leggere i grandi: vogliamo fare un giornale per la gente che ha bisogno o desiderio di conoscere i fatti e le notizie senza fronzoli rettorici [sic], senza inutili e diluite divagazioni: un giornale il quale risponda al quotidiano e borghese che c’è di nuovo? che ogni galantuomo ha l’abitudine di rivolgere ogni mattina al primo amico o conoscente che incontra, (…) [un giornale] dove l’uomo d’affari, l’operaio, l’artista, la donna, tutti, troveranno in un batter d’occhio… le notizie sugli avvenimenti più importanti. »

Il nome deriva dal resto che veniva dato a chi comprava i sigari e riprende il titolo dato alla testata fiorentina che circolava soprattutto nelle tabaccherie.

Ma un’altro aspetto altrettanto importante da sottolineare è che la prima sede del noto quotidiano locale, non fu un luogo casuale: ma la redazione si trovava nello stesso palazzo della tipografia Azzoguidi. Baldassarre Azzoguidi fu il primo tipografo bolognese. Nel 1470 lui insieme ad altri suoi due amici decisero di sfruttare il bacino culturale di Bologna, con i suoi Studium e i suoi intellettuali, per introdurre in città l’arte della nuova tipografia. Il 25 ottobre 1470 la decisione fu siglata ufficialmente , con atto rogato dal notaio G. A. Castagnola, si costituì la società editoriale tra l’Azzoguidi, l’umanista Francesco Dal Pozzo (Puteolanus) ed Annibale di Guglielmo Malpigli.

Giulia

 

 

 

Alma Mater Studiorum

Un nome, un’istituzione. Tutti i bolognesi la conoscono: alcuni si vantano per il prestigio, altri se ne lamentano per i disordini causati dai movimenti studenteschi, tuttavia pochi davvero sanno la sua storia.
Ma di fatto è il personaggio più internazionale della città emiliana.
Ecco allora riproposti alcuni dei passaggi e degli aneddoti più interessanti che la riguardano.

Come tutto ebbe inizio

L’Università di Bologna, nonostante il nome Alma Mater rimandi ad un concetto religioso sia per i romani che per il Cristiani Medioevali, sorge da un’organizzazione popolare che ha deciso di rendere indipendente l’insegnamento da qualsiasi altro potere.
Il 1088 è considerata la datazione ufficiale, momento in cui la Chiesa ha smesso di interferire nell’alta formazione ed Irnerio (che per alcuni rappresenta una delle figure cardine) porta alla fondazione della realtà attuale.
Alla base dell’organizzazione primordiale però non vi era un’istituzione comunale, ma “il modello corporativo” delle nationes: insiemi di studenti che pagavano attraverso donazioni in denaro (collectio) direttamente i docenti. E dietro al concetto di offerta risiedeva il fatto che la scienza veniva comunque ancora considerata un dono di Dio e non poteva pertanto essere venduta. Il Comune più volte è intervenuto per assicurante la continuità. Un’ ulteriore funzionalità delle naziones era l’aiuto reciproco fra compagni della stessa nazione. A testimonianza di ciò ancora adesso l’Archiginnasio mostra un complesso araldico con circa 600 stemmi studenteschi ed in pieno centro è ancora presente il Collegio di Spagna.
A sancirne la piena indipendenza fu però Federico I Barbarossa nel 1158 con la Constitutio Habita con la quale stabilisce che ogni Scuola dovesse essere formata con una societas (di siti allievi) presieduta da un maestro compensato da quote. L’Impero inoltre si impegna a proteggere dalle intrusioni di ogni autorità politica tutti gli scholares che viaggiano per ragioni di studio.

ALMA MATER culla di Enfant Prodige e all’avanguardia per l’integrazione

Tanti i nomi più illustri che notoriamente hanno calpestato i corridoio della grande università bolognese quali Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Guido Guinizelli, Ulisse Aldrovandi o lo stesso Erasmo da Rotterdam, studente all’età di quarant’anni per un anno. Da non dimenticare poi gli illustri ospiti internazionali come Thomas Becket, Paracelso, Raimundo de Pegñafort e Albrecht Dürer.
Ma oltre queste grandi menti di fa mondiale, l’università di Bologna è stata culla di alcuni dei primati più importanti d’Italia.
Un bambino si laureò in Medicina a soli 10 anni. Luigi Magni nacque il 22 giugno 1651 e ottenne la laurea il 26 settembre 1661 specificatamente in utraque facultate: cioè sia per filosofia che per medicina. A testimonianza di ciò un documento conservato all’Archivio di Stato.
Come se la spiccata precocità non bastasse, il 26 giugno 1666 tenne una pubblica disputa all’Archiginnasio su temi di logica e di medicina ed insegnò all’università a studenti molto più grandi di lui. Lettore di logica, di teoria e di pratica della medicina straordinaria, morì sfortunatamente a 37 anni.
Inoltre leggenda narra che l’Alma Mater ammise donne all’insegnamento sin dal XII e tra le più celebri insegnanti di sesso femminile non può che spiccare Laura Bassi, la quale nel 1732, a soli 22 anni, ebbe la cattedra di filosofia e nel 1776 quella di fisica sperimentale.

All’Università conservato il più antico rotolo del pentateuco ebraico

Oltre al glorioso passato fatto di strabilianti protagonisti, l’Università di Bologna ancora una volta fa parlare di se per un immenso patrimonio che le appartiene. Nel 2013 il professor Mauro Perani, ordinario di Ebraico presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna riconosce ufficialmente l’originalità del “Rotulo 2” presente nella Biblioteca Universitaria. Si tratta del più antico Pentateuco ebraico al mondo: fatto di morbida pelle di vitello, contiene, in un documento lungo 36 metri e alto 64 centimetri, il testo completo della Torah in ebraico. Le analisi con Carbonio 14 hanno permesso l’accurata datazione, mentre le indagini sulle fonti ne hanno costruito la storia.
Il Rotulo 2 è infatti lo stesso che per secoli è stato conservato dai Domenicani di Bologna come una fra le loro reliquie più preziose.
Ad ora il rotolo è consultabile in modalità touch screen in Biblioteca.
Come riporta lo stesso sito dell’Università, questa storia sembra proprio voler riconfermare il legame che unisce a doppio file Bologna e la Torah. Oltre all’autenticazione del Rotulo 2, nella città felsinea, il cui nome Bo-lan-yah in ebraico significa “In essa alloggia il Signore”, fu stampata anche nel 1482 la prima edizione del Pentateuco ebraico.
 

 

Giulia

Santa Clause is coming to town

Che origini ha il vecchione? dove si sorseggiava una cioccolata calda nel 1930?

Il Natale è alle porte, le strade sono piene di persone in cerca dell’ultimo pacchetto e molti assaporano già la sontuosa cena della vigilia.
Ma cosa è davvero questa festa?
Bologna si è illuminata da ormai un mese, con tantissime luminarie che ornano le strade ed il grandissimo albero che anche quest’anno svetta in Piazza Maggiore; tuttavia pochi sanno come fossero i luoghi simbolo delle feste natalizie bolognesi nel passato e tanti ignorano i retaggi storici di alcune tradizioni sia culinarie che culturali.

In preparazione dei tanto attesi giorni di vacanza ecco alcune storie che faranno viaggiare la mente tra i portici della Bologna del passato.

La Fiera di Santa Lucia: la storia del Portico dei Servi

“Ricordi, fui con te a Santa Lucia, al Portico dei Servi, per Natale.
Credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’Anno o a Carnevale…”
Francesco Guccini, “Eskimo”, 1978

Una tradizione antica quella della Fiera di Santa Lucia le cui origini si fanno risalire alla fine del XVI secolo e che da generazioni accompagna le famiglie nella preparazione al Natale. 38 casette di legno anche quest’anno offrono oggetti di ogni tipo: sia natalizio che non e riscaldano il portico dei Servi di un’atmosfera dal dolce odore di croccante.
Ma il porticato adiacente la Chiesa dei Servi, in Strada Maggiore non è solo il simbolo del famoso mercatino di Natale: la sua è una una storia lunga e travagliata. Costruito alla fine del XIV secolo, la paternità dell’opera è incerta: alcuni la attribuiscono all’architetto Antonio di Vincenzo, altri al generale Andrea Manfredi. Voluto ardentemente dagli ingegneri Luigi Marchesini e Giuseppe Modonesi divenne un vero e proprio chiostro aperto alla cittadinanza. Costruita con blocchi di marmo provenienti da stele romane della via Emilia, il Portico dei Servi crollò diverse volte. Fino a quando nel 1927, durante dei lavori in zona, una campata del portico crollò uccidendo anche una persona.

Una tazza di cioccolata calda prima della guerra

Nel periodo di Natale non c’è niente di più dolce che sorseggiare una buona cioccolata calda seduti in un bar con gli amici per scambiarsi i regali di Natale e prendersi un attimo di pausa.
Nella Bologna della prima metà del Novecento a scaldare cuore e menti dei cittadini c’era un prestigioso bar pasticceria con una bellissima terrazza in stile liberty che affacciava sul passeggio di via Indipendenza.
Si trattava del palazzo all’imbocco di via Altabella in cui oggigiorno sorge H&M e che è stato costruito appositamente da un esponente della nota famiglia di cioccolatieri Majani. Nata come attività a conduzione famigliare in via d’Azeglio nelle mani di Teresa Menarini, ben presto l’azienda Majani iniziò la scalata verso il successo. Il palazzo in stile liberty in via Indipendenza è sempre stato un esempio di sontuosa eleganza: al piano terra uno splendido lampadario di Murano illuminava l’ambiente sempre più grande e all’avanguardia.
La guerra purtroppo ha spezzato l’incantesimo e ad oggi Majani rimane nell’aria cittadina esclusivamente per la sua famosa cioccolata solida: la scorza.

Il rogo del vecchione a Capodanno è di origine fascista

3, 2, 1, Buon anno!
I fuochi d’artificio illuminano il cielo di Bologna e davanti al palazzo comunale come oggi anno si accende la grande costruzione di cartapesta, petardi e stracci che arderà per liberarsi dal fardello delle cose vecchie.
Il Vecchione tuttavia, è così che si chiama il fantoccio, non è sempre esistito e le sue origini risalgono al 1923 quando divenne primo cittadino il fascista Puppini.
La società “I Fiù dal Dutor Balanzòn” fu la promotrice dell’evento che per la prima volta fece del festeggiamento del nuovo anno un rito pubblico e non più strettamente famigliare.

Giulia

4 donne bolognesi che hanno fatto la storia (capitolo 2)

Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell’avere a che fare con uomini.
(Joseph Conrad)

 

Vivono in periodi diversi, lavorano in ambiti differenti e hanno personalità davvero lontane le une dalle altre, ma tre cose le accomunano: sono 4 donne, di Bologna, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana.

EPISODIO 2

Laura Bassi : la prima donna in cattedra all’Unibo 

Ad un mese dalla visita di Papa Bergoglio bisogna riconoscere un grande merito ad un suo predecessore.
Prospero Lambertini, meglio conosciuto come Papa Benedetto XIV, fu la vera chiave per il successo di questa giovane ragazza dall’indubbio talento nello studio, ma con un unico neo: essere donna.
Nata nel 1711 a Bologna, Laura Bassi si laurea in Filosofia grazie all’appoggio del padre ed inizia ad insegnare pubblicamente all’Archiginnasio. La sua presenza creava scalpore: una donna in mezzo a moltissimi uomini, ma questo non la fermò.
Sposò Veratti ed ebbe un figlio: questo la portò ad assumere lo status di madre e moglie per cui smise di insegnare, ma la vita da casalinga le andava stretta e decise di dedicarsi ad intensi studi di matematica e fisica.
La sua corporatura era minuta, aveva un problema alla spalla e l’erre moscia, ma questo per i dotti dell’epoca non era un problema. Il suo difetto era l’essere nata donna e mai nessuna aveva ottenuto un posto come professoressa all’Università di Bologna.
Laura infatti non poté accedere alla cattedra universitaria prima che Prospero Lambertini le fece ottenere questo posto, ma aveva già 65.
I veri successi che lei ottenne nei suoi studi, la fama internazionale all’interno dell’ambiente della fisica moderna avvennero ben lontani dall’università, nella scuola di fisica sperimentale che fondò lei stessa nel 1749 con l’aiuto del marito. Un luogo dove esperimenti e teorie si susseguivano a velocità pazzesche e dove lei coltivava la sua vera natura.  Il laboratorio che lei conduceva era di fatto talmente unico nel suo genere che per questo moltissimi studenti dell’Università frequentavano assiduamente le sue  lezioni. Di conseguenze il Senato Accademico, visto l’importante servizio pubblico che lei svolgeva le assegnò uno stipendio di 1000 lire, tra i più alti dell’epoca.

L’ amicizia e la collaborazione con grandi studiosi del calibro di Andrea Volta e Beccaria non la hanno tuttavia mai allontanata dalla sua famiglia: madre di dodici figli il perfetto esempio di come le giovani ragazze possano conciliare i due aspetti della vita.
Un altro primato? aver ceduto la sua cattedra di fisica all’università al marito e non viceversa.

Recentemente le è stato anche dedicato un cratere lunare a cui è stato dato il suo nome.

Mille voci dietro il nome di Mariele Ventre

Fu il pilastro fondante dello Zecchino D’oro, colei grazie al quale ancora oggi cantiamo il Valzer del Moscerino, colei che ha dato vita ad una realtà televisiva ancora forte dopo decenni.
Nata a Bologna nel 1939 con il nome di Maria Rachele è conosciuta ai più come Mariele.
Studia per diventare maestra e si diploma in pianoforte al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.
É sempre stata legata al mondo della Chiesa in particolare a quella che aveva a pochi passi da casa: l’Antoniano.
Da anni catechista diventa ben presto figura di riferimento per i frati dell’oratorio che decidono di coinvolgerla nel grande progetto lanciato da RAI.
Infatti nel 1961 Ciro Tortorella idea la trasmissione lo Zecchino d’Oro che però da Milano viene trasferita a Bologna proprio per aprire una collaborazione con i frati dell’Antoniano.
Mariele allora diventa la mamma di quei bambini che nel retro della scena accompagnano i piccoli cantanti. E nel 1963 Mariele fonda il Piccolo Coro: le sue dimensione ridotte hanno infatti spinto a battezzarlo in questo modo, ma con il passare del tempo sempre più bambini ne faranno parte, con una sempre più crescente forza mediatica.
La donna capace di coordinare cantanti talmente piccoli che a stento riescono ancora a parlare si ammala nel 1992. Le cure si rivelano veramente pesanti, tuttavia lei non abbandona i suoi figli e continua a dirigere il coro e lotta con tutte le sue forze per portare al successo lo Zecchino d’Oro.
E così ha fatto.
Non avrà mai figli suoi e non si sposerà mai, ma i bambini a cui ha fatto da guida, da mamma non si scorderanno mai di lei così come il resto d’Italia.

Per leggere di altre due donne esemplari di Bologna (Episodio 1)

Giulia

4 donne bolognesi che hanno fatto la storia

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.
(Rita Levi-Montalcini)

 

 

Vivono in periodi diversi, lavorano in ambiti differenti e hanno personalità davvero lontane, ma tre cose le accomunano: sono 4 donne, di Bologna, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana.

EPISODIO 1

La creazione di Angelica: la basilica di San Luca

Chi torna a Bologna si sente a casa solo quando la vede, stagliarsi sullo sfondo, in cima al Colle della Guardia a vegliare sulla città che la venera.
E a volere la Basilica di San Luca è stata una donna, una ragazza determinata, da quello che si legge sui documenti storici. Poco volenterosa a condurre una vita da moglie che attende il marito a casa, Angelica Bonfantino inizia a combattere per ciò che vuole di più.
Come risulta da un documento datato 30 luglio 1192, Angelica quel giorno decise di darsi alla vita eremitica sul Monte della Guardia, con il proposito di costruirvi un oratorio e una chiesa in onore di Maria.
Per farlo donò ai canonici di Santa Maria del Reno dei terreni di sua proprietà a patto che la aiutassero nell’impresa. Questa collaborazione non fruttò nel migliore dei modi, ma la determinazione della giovane bolognese la spinse fino a Roma dove Papa Celestino III le consegnò una pietra da lui benedetta per porla alla base della basilica. E il 24 Agosto 1193, su missiva dello stesso, sul Monte della Guardia venne posta dal vescovo di Bologna tale pietra consacrata, l’embrione dell’imponente costruzione che svetta sulla città.
Per quanto riguarda Angelica non è mai realmente stato appurato se abbia o meno preso i voti, ma ebbe sempre l’approvazione della sede apostolica e del vescovo di Bologna.
Inoltre, per portare avanti la sua opera, altri terreni nei pressi della basilica le vennero donati dalla madre che fu solo la prima di una serie di numerosi benefattori i quali attivamente la aiutarono nel progetto.
Nel 1244, anno della sua morte, la basilica aveva ormai raggiunto il suo splendore e ospitava già il bellissimo monastero.
Il culto però della Madonna di San Luca (ancora non era chiamata così, ma semplicemente del Monte della Guardia), attestato già alla fine del XIII secolo, ottiene la sua vera forza solo con il presunto miracolo del 1433… ma questa è un’altra storia

 

Alfonsina, la prima e l’ultima a tingere di rosa il Giro d’Italia

Quando l’adrenalina ti scorre nelle vene, la voglia di tagliare il traguardo supera ogni aspettativa e la necessità di riscatto ti fanno pedalare con vigore; allora l’essere donna passa in secondo piano.
E questo Alfonsina Morini Strada lo sa bene.
Nata a Castelfranco Emilia nel 1891, si trasferisce pochi anni dopo a Castenaso, alle porte di Bologna. Originaria di una famiglia di contadini abbastanza poveri, Alfonsa Rosa Maria Morini (detta Alfonsina) non ha molti mezzi per spostarsi e suo padre le regala a dieci anni una vecchia bici da uomo.
Da questo gesto inizia la vera passione della giovane ragazza: il ciclismo.
Grazie anche al supporto del marito Luigi Strada, Alfonsina inizia a correre gareggiando con la sua nuova bici rosso fiammante.
Prima però di guadagnarsi l’accesso al Giro d’Italia necessiterà dell’aiuto di un altro importante uomo del mondo dello sport: il direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo. Perdere decisioni editoriale per il più influente quotidiano sportivo dell’epoca comprendeva anche questo genere di investimenti.
Conscio della forza mediatica che avrebbe avuto l’immagine di una donna intenta a gareggiare in mezzo a molti uomini, e convinto delle grandi potenzialità fisiche della giovane, Emilio fece di tutto per ammetterla al Giro d’Italia.
Un’occasione che Alfonsina certamente non sprecò e che la portò a lottare con entusiasmo, riuscendo a raggiugnere prestazioni anche superiori ad alcuni suoi compagni uomini.
Bravura di un’atleta che però rimarrà sempre oscurata dallo scalpore e dallo scetticismo di veder gareggiare una donna in un così arduo sport basato sulla forza e sulla prestanza fisica.
Terminata infatti quella stagione, Alfonsina non gareggio più per il Giro d’Italia e aprì un suo negozio di ricambi per biciclette a Milano.
Nemmeno la sua morte passò inosservata: passata alla guida di una motocicletta Guzzi 500 per velocizzare gli spostamenti, ebbe un infarto mortale nel tentativo di riavviarla.

Giulia

Con ispirazione dal testo di Serena Bersani, 101 Donne che hanno fatto grande Bologna, Newton Comptoir Editori, 2012

Niente Civis o Crealis, a Bologna si viaggiava in Tram

Ad un giorno dalla festa dei lavoratori vorrei presentarvene uno che ha servito fedelmente Bologna per molti anni: il tram.

Ora come ora il suo segno, la sua traccia è rimasta in una timida rotaia che si affaccia dall’asfalto nell’attraversamento pedonale tra via Ugo Bassi e via Venezian proprio dietro il Comune di Bologna. Ma quale è stata la sua storia e come mai lo si è salutato per sempre?

I tram a cavalli

Nel 1880 Bologna decide di indire un concorso (vinto poi dalla società definita La Belga) per realizzare un servizio di trasporto cittadino fatto di tram trainati da cavalli. L’inaugurazione della prima linea fu alquanto buffa ed esilarante: le persone, infatti, alle 8.30 del 2 ottobre si accalcarono in maggioranza nei punti critici del percorso tra Piazza Nettuno e la ferrovia temendo il deragliamento del mezzo in alcune curve considerate più pericolose. Il tutto però si risolse nel modo migliore con il passaggio di carrozzoni stipati di gente in festa e un avvio del servizio definito “straordinario”.
Sei le linee originali e tutte con capolinea in piazza Vittorio Emanuele II (Piazza Maggiore).
L’originale struttura del tram era fatta senza alcun vetro nei finestrini e con una semplice tettoia impermeabile. No cani e altri animali, no cibi e vivande nè armi da fuoco, in più le persone repugnanti non erano le benvenute.

I tram elettrici

Con la scadenza della concessione della Belga si costituì a Bruxelles nel 1899 la società Les Tramways de Bologne che iniziò a gestire direttamente il servizio riproponendolo elettrificato.
Nel deposito principale, situato alla Zucca, venne fatta erigere una centrale a vapore e degli impianti di riparazione per i nuovi mezzi. Furono addestrati i conducenti ( a detta sottopagati per le 12 ore di lavoro che svolgevano) ed esattamente l’11 febbraio 1904 venne effettuata la prima corsa, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza-Stazione-Zucca.
Il tram passava circa ogni 10/20 minuti e viaggiava anche di notte. La struttura della nuove carrozze permise ai conducenti di avere un riparo dalla pioggia e di un vetro frontale, ma solo al seguito di uno sciopero indetto dagli stessi e solo nel 1910.
I biglietti delle corse variavano dai 10 ai 15 centesimi ed il 29 marzo 1904 apparve sulle carrozze il famoso cartello di “ Divieto di parlare al manovratore”.

Il primo incidente e la municipalizzazione del servizio

Il 24 novembre 1904 avvenne il primo grave incidente: un passante fu investito e si ruppe una gamba, ma decise di sollevare il manovratore da ogni responsabilità e si assunse le colpe dell’accaduto.
Circa vent’anni dopo la società belga uscì di scena ed il comune si prese carico del servizio.
Molti i problemi legati alla congestione dei mezzi nel centro a cui si cercò di porre rimedio con diversi interventi. Uno fra questi fu l’introduzione dei primi filobus sul percorso San Michele in Bosco-Zamboni che funzionerà fino alla fine della guerra.

I danni subiti e l’ultima corsa

Foto di Breviglieri

La seconda guerra mondiale fece molti feriti e tra questi rimasero coinvolti anche gli impianti dell’Atm: tram, rotaie e lo stesso deposito della Zucca dovettero essere risistemati.
Vennero anche fatti investimenti per la realizzazione di mezzi snodati, ma nel 1954 si pensò che continuare a spendere su queste infrastrutture fosse troppo costoso e si pensò di utilizzare solo i trasporti su gomma.
L’ultima corsa fu fatta il 3 novembre 1963 quando i bolognesi salutarono la vettura n.210 della linea 13- San Ruffillo. Facendosi largo tra la folla, sotto gli occhi del sindaco Dozza, si diresse al deposito della Zucca, anch’esso poi adibito a deposito automobilistico, rimessa per cavalli e palazzina di uffici.

Da allora i bolognesi hanno perso il loro tram e hanno dato il benvenuto al caotico sistema di trasporti moderno fatto di centinaia di autobus che si accodano lungo le principali direttrici della città.
Guardando con aria sognante ad una delle quattro motrici bolognesi ancora esistenti che ha ripreso a funzionare a Torino pochi anni fa, molti credono nelle parole di Merola che ipotizza un investimento per ripristinare questa tipologia di trasporto.

Ma per ora ce lo ricordiamo come un grande personaggio storico di Bologna…

Giulia

A casa di Lucio Va in Città

Come riaffiora il ricordo di una persona che non fa più parte della nostra vita?

Succede a chiunque di fermarsi in un luogo, osservare cosa ci accade intorno, ma con la mente guardare a ciò che non appartiene più al tempo presente bensì all’attimo del passato in cui si condividevano quegli spazi con la persona che ora non c’è più.

Partendo da questa emozione estremamente forte, che nel bene o nel male arriva al cuore di tutti una volta nella vita, l’associazione A Casa di Lucio ha deciso di organizzare alcuni tour in giro per la città in onore dell’anniversario della sua morte. Non si tratta di semplici percorsi, ma di veri e propri cammini guidati per le tappe che hanno segnato la vita di un grande artista nonché intramontabile simbolo della città.

Uno di questi era organizzato da un Virgilio d’eccezione: il giornalista di Repubblica Assante. Dall’alto della sua professionalità, ma soprattutto della sua passione, ha raccontato la storia di Lucio Dalla nel modo più naturale e spontaneo possibile facendo immergere il gruppo in una magica e alternativa lezione di musica.
Infatti Assante mostrerà per tutto il tour come la vita privata, i rapporti di amicizia con Roversi, l’amore per la madre abbiano scandito e condotto anche il percorso artistico di Dalla.
Emblema di come per molte persone la musica sia un qualcosa di indispensabile: una delle poche manifestazioni artistiche che l’uomo non può che fare sue per ricordare o semplicemente per vivere appieno gli attimi della vita.

La vera Piazza Grande di Bologna

La canzone parla di piazza Cavour: la sua casa.

Quella in cui, al civico 2, è nato e cresciuto con la tanto amata mamma Jole per molti anni della sua vita.
Dove ha ricevuto il suo primo clarinetto per iniziare la sua avventura musicale, dove ha giocato le partite a pallone con gli amici.
Dove ancora adesso si trova quello che era il suo barbiere di fiducia e da dove è partito per le collaborazioni con i Flippers, l’esordio da cantautore e le partecipazioni di Sanremo.
Insomma Piazza Cavour è la culla del grande cantautore bolognese, quella che lo ha avvicinato alla musica jazz e successivamente alla realizzazioni di testi celebrativi per la sua città.

Tuttavia il vero punto di riflessione, il fermo-immagine della prima tappa, è il Lucio artista e poeta che canta di sé in modo velato, riservato, mischiando spaccati di vita con la finzione, lasciando che solo pochi eletti conoscessero la verità.

Secondo luogo di sosta: Piazza San Domenico

Anche nel modo in cui vive la fede Dalla sa essere sopra le righe: molto spirituale tuttavia non sempre convenzionale nel rispettare la morale e le regole Cattoliche.

Questa, la Chiesa del suo grandissimo amico e confidente Michele Casali che lo accompagnerà e gli starà vicino in innumerevoli occasioni, ma anche noto punto di partenza delle giovanili avventure in Vespa sui colli bolognesi.

Casa di vicolo Mariscotti 5 apre la porta alla musica popolare italiana

Qui fuori Assante raggruppa le persone in cerchio, si concentra e racconta con grande pathos cosa rappresenta davvero quel portone contornato di edera.
Non è certamente importante perché la terza casa in ordine cronologico che ha abitato, ma perché tra quelle mura si concentra un periodo artistico e professionale molto particolare.
Perde la madre Jole a cui era particolarmente legato, taglia i ponti con Roversi e realizza uno dei suoi più grandi capolavori: come è profondo il mare. Una canzone che parla per immagini, non la capisci letteralmente, ma la comprendi e la fai tua, frutto della magia dell’arte popolare.
Apre la stagione artistica italiana degli anni 80, quella dei grandi successi.
Inizia a girare per gli stadi ad organizzare concerti in un periodo in cui nessuno pensava minimamente di farli per i tumulti che ogni volta si verificavano. Ed è proprio da avventure così che nascono artisti come gli Stadio (da cui il nome).
Decide allora di avviare una sua etichetta discografica, Pressing, ed inizia a lanciare giovani talenti senza aspettarsi nulla in cambio, solo per la passione di ciò che stava facendo.

Dalla riempie lo studio della Fonoprint

Passione che vedrà la sua massima esplosione nel lavoro capillare che realizzato allo studio di registrazione della Fonoprint.
Un ambiente davvero all’avanguardia per le apparecchiature, inserito all’interno delle mura di un convento del ‘400 e con una sonorità in grado di attirare cantanti da ogni parte d’Italia.
Nonostante la notorietà e l’abitudine a trattare con artisti di grande successo, dalle parole di Paola Cevenini, figura di punta tra i soci Fonoprint, emerge una profonda commozione e quasi un fraterno legame con quell’eccentrico cantautore, dalle incredibili doti, ma anche dai modi alquanto imprevedibili che li ha fatti letteralmente impazzire.
“Stavo con lui fino alle cinque di mattina, mi mandava a quel paese dandomi dell’incompetente, ma poi tornava con le paste fresche di forno facendomi i complimenti”
Cosi Maurizio Biancani, Sound Engineer ed amministratore della Fonoprint, racconta di un uomo realmente capace di allestire tutto da solo per i suoi concerti, di un profondo conoscitore della sonorità e dei segreti chiave per una ritmica efficace.
Poi Caruso immerge la stanza, la voce di Dalla e Pavarotti in versione cantante pop riempiono l’ambiente e fanno scendere una lacrima a tutti.
“Pavarotti lo imitava, ha imparato a cantare pop da lui”.
Poi 3 marzo 1943 ed infine Henna.
Magnifico, puro.
Un’ iniezione di Lucio autentica e stupefacente, ideale per comprendere il Dalla cantante, ma anche il Dalla uomo.

Ultima Tappa: la mitica casa di Via D’Azeglio

Forse la tappa più ambita e attesa, si rivela il segno di evidenziatore su un libro stampato: sottolinea un’eccentricità presente in ogni ambito della vita di Lucio.
Non è da tutti possedere una stanza in cui tenere tutti i modellini, le miniature, i giochi, un televisore al plasma e delle sedie da cinema. Non è comune ricoprire le pareti di casa di opere d’arte e dislocare un’appartamento su ben tre piani da quasi 2500 metri quadri complessivi.

Ma Dalla questo non lo era: non era comune, non era tutti. Lui salutava il Papa stringendoli la mano e, secondo la leggenda, chiedendogli se Gesù fosse stato davvero gay, lui si dice preferisse girare scalzo, lui lascia scritto sulla porta del suo studio: “Porci…sto pensando…fatevi un giro”.

Giulia

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