Respirando Bologna

Idee tra i portici

Author: Giulia (page 2 of 3)

Vincenzo Vottero: una passione chiamata qualità

Chef del suo ristorante Vivo-Taste Lab, Executive Chef del Ristorante Petroniano e proprietario dell’Antica Trattoria del Reno-‘Italian Grill & BB Quality’, Vincenzo Vottero torna dopo anni in giro per il mondo ad arricchire il territorio bolognese con la sua cucina sperimentale e tradizionale allo stesso tempo, ma soprattutto con tanta voglia di mettersi in gioco.

Poco incline a sottolineare il suo passato fatto di grandi collaborazioni con personalità del calibro di Gualtiero Marchesi, preferisce concentrarsi sui suoi progetti futuri per far di Bologna un centro enogastronomico di gran qualità.
≪Ringrazierò sempre Gualtiero Marchesi da cui ho appreso l’apertura mentale e la consapevolezza che c’è qualcosa oltre la tagliatella tradizionale, ma credo sia meglio guardare avanti e soffermarsi sui nuovi propositi≫.

Un progetto di qualità

Da l’anno prossimo infatti vorrà avviare in collaborazione con ASCOM Bologna un progetto mirato a riportare l’attenzione sulla cultura della qualità. Da sempre promotore della cucina senza carni e pesce da allevamenti intensivi, vuole mettere insieme un team di professionisti dell’enogastronomia per fornire parametri e stilare un disciplinare che servirà da base per assegnare una certificazione di qualità alle aziende del settore, alle botteghe e ai ristoranti che lo richiederanno. Tra i nomi del futuro gruppo di collaboratori anche grandi della pasticceria come Gino Fabbri e Francesco Elmi.
≪Il progetto denominato BL Quality non mira a dare un disciplinare troppo rigido≫ spiega Vincenzo Vottero ≪ma a far capire che per avere qualità ci vuole un’etica.
Per coloro che richiederanno la certificazione verranno infatti fatti controlli su fatture e visite periodiche permetteranno di valutare che i parametri del disciplinare vengano rispettati.

Una cucina dinamica e il rapporto con il mondo della Mixology

Da anni però Vincenzo non persegue solo la qualità, ma alla base del suo mestiere c’è da sempre un intenso studio per costruire nuovi abbinamenti e raggiungere gli obiettivi prefissati.
Nonostante lo ritenga un mestiere molto di pancia, la cucina non è solo il piatto fine a stesso, ma dietro vi è un processo più lungo fatto di un’idea, di un progetto e di un attento studio.
I riferimenti alla tradizione però rimangono nei suoi piatti come per il tortellino creativo che ha vinto la gara di palazzo Re Enzo come miglior rivisitazione della ricetta originale.
≪Non dimenticherò mai mio nonno che diceva di mettere il lambrusco nel brodo per sgrassarlo, anche se non funziona propriamente così, ed io lo ripropongo sferificato per dare quel tocco di acidità che agevola la digestione≫.

Tuttavia i suoi interessi si spingono oltre la sola cucina e nel nuovo ristorante in Piazza di Porta Saragozza Vivo-Taste Lab, Vincenzo ingaggia anche un bartender di grande successo quale Fabio Arlotti per accompagnare le su portate con cocktail di qualità e offrire un servizio in più alla propria clientela.
≪La Mixology ora più che mai si intesserà con il mondo del food, e ai barman è utile una formazione che permetta loro di avere tecniche quali l’estrazione di succhi o le cotture a basse temperature. Il tutto per realizzare cocktail che sappiano esaltare il prodotto nel piatto≫.

Un consiglio ai giovani che sognano questo mestiere

Guardando poi con aria un po’ sconsolata ad un’Italia che ancora fatica a valorizzare l’enogastronomia come il vero cuore pulsante della sua economia, suggerisce ai ragazzi che vogliono fare questo mestiere di prepararsi e valutare bene le difficoltà che dovranno affrontare.
É un mestiere duro, fatto di sacrifici sia di tempo che di denaro, che di fatica fisica: gli ambienti di lavoro sono ostici e ti mettono alla prova. La concorrenza è tanto e non sempre le soddisfazioni arrivano velocemente. Non basta la fotta, ci vuole tanto studio, ma soprattuto molta passione.

Giulia Bergami

Makeupinabottle: l’arte del trucco tutta made in Bologna

Con 36,3 MILA followers su Instagram e 2 MILA visualizzazioni per ogni video del neo-canale YouTube, la pagina dedicata a tutorial per truccarsi e consigli di bellezza Makeupinabottle sta raggiungendo risultati eccellenti in pochissimo in tempo. La protagonista di questo successo Social è una giovanissima ragazza di Bologna di nome Sofia Elena Sandri, studentessa di Scienze Statistiche, che a soli 20 anni ha deciso di approfondire e sviluppare una sua passione cavalcando il colosso delle piattaforme di condivisione foto e video: Instagram.

In molti tentano questa strada, in tanti sperano di riuscire a guadagnare facendo video chiusi in una camera mentre si truccano o giocano al pc per intrattenere il pubblico della rete, ma nella realtà dei fatti in pochi riescono davvero. Internet non è affatto una fonte di guadagno facile, tanti credono di riuscire ad attirare l’attenzione dei miliardi di persone che potenzialmente hanno accesso al loro contenuto, ma la maggioranza ottiene la visibilità di una vetrina ben allestita in una città di periferia.

Makeupinabottle è riuscita però a ritagliarsi un’importante fetta di audience e ha stuzzicato l’interesse anche di importanti brand internazionali.

Dalla paura del giudizio a Makeupinabottle

 “Da un lato avevo la mia passione e ciò che vorrei fare per lavoro, dall’altro avevo il terrore di non avere seguito e di essere giudicata per averci provato e aver fallito…poi ho capito che le persone sparlano lo stesso e valeva la pena farli sparlare per qualcosa che faceva felice me”. Così Sofia inizia a costruire la sua pagina e non lascia nulla al caso: nemmeno la scelta dello username che è stato frutto di ben 10 giorni di valutazioni e ricerche su Internet per poi nascere da una semplice folgorazione musicale. Ispirato alla canzone Genie in a Bottle di Christina Aguilera, il nome ha suscitato molta curiosità ed interesse: originale, che rende subito l’idea di una pagina di makeup, ma con un alone di mistero intorno.

Principali soddisfazioni

La crescita progressiva e veloce della pagina ha rappresentato e rappresenta tutt’ora l’indice principale del successo di Makeupinabottle. Infatti molti brand internazionali hanno visto in Sofia un potenziale su cui investire per promuovere i propri prodotti. Ma per lei una delle principali soddisfazioni è data dall’aver stretto un bel rapporto con le sue followers con le quali si scrive all’incirca ogni giorno e a cui da anche consigli riguardo Università e ragazzi.  “vedere che mi stimano anche a livello personale veramente non ha prezzo”. Essere fermati per strada per avere una foto da una fan emozionata dell’incontro le ha lasciato un segno indissolubile.

Ciò che però l’ha letteralmente fatta piangere come una bambina per la gioia è stato l’invito ufficiale ai Nyx Face Award di Milano: uno dei contest più attesi per gli appassionati di makeup.

Essere Blogger nel 2017: fonti di guadagno e difficoltà

“Essere una beauty blogger nel 2017 è un po’ una montagna russa: ha svariati pro e contro. A livello concorreziale è micidiale perché ormai c’è la moda di essere Youtuber o Instagrammer quindi farsi notare al giorno d’oggi purtroppo non è facile come poteva esserlo qualche anno fa. L’algoritmo di Instagram non aiuta perché è stato cambiato qualche mese fa : i post sul feed non sono più in ordine cronologico e ti vengono mostrati solo i profili con i quali interagisci di più quindi se hai un engagement basso ti sei già scavato la fossa…nessuno vedrà i tuoi post. Però se si lavora le soddisfazioni arrivano, si conoscono tantissime persone con la tua stessa passione e si fanno esperienze fantastiche. Se tornassi indietro mi ributterei in questa avventura”.

A livello monetario le principali fonti di guadagno per gli Instagrammer sono i post e i video sponsorizzati. Spesso però non se ne parla palesemente perché in tanti sponsorizzano prodotti che non hanno neanche provato esclusivamente per ottenere un compenso. La filosofia di Sofia al riguardo è un po’ diversa: non ha mai firmato un contratto a priori, se le viene proposta una collaborazione prima testa il prodotto e poi decide se accettarla o meno.

“Neanche da dire che ho detto molti più no che si a svariate aziende ma per me la fiducia dei miei followers non si compra. Voglio che loro sappiano che se io consiglio una cosa è perché è fantastica.”

Per quanto riguarda Youtube invece i video si possono monetizzare tramite gli annunci che vengono inseriti sulla base delle visualizzazioni ottenute per cui con un buon seguito tramite Youtube si hanno entrate sufficientemente regolari. Anche se il traffico di dati richiesto è davvero notevole per cui ad ora dal guadagno ottenuto solo da canale di video Sofia ci paga giusto una palette di trucchi.

Giulia

 

 

A 20 anni già imprenditori: così è nata FreeCopia

Una birra li ha aiutati ad individuare il bisogno da soddisfare, la perseveranza li ha portati al lancio ufficiale della loro startup. Così 8 giovanissimi dell’Alma Mater Studiorum di Bologna hanno ideato e progettato una piattaforma all’apparenza semplice che però fa tirare un sospiro di sollievo alle tasche di molti studenti.
Una storia fatta di difficoltà, spese e rinunce, ma che ha portato a grandi soddisfazioni. Così ci spiega direttamente uno dei fondatori: Federico Dalpozzo.

Cos’è esattamente FreeCopia?

FreeCopia è una piattaforma nata per aiutare gli studenti. Si tratta di una piattaforma online che consente agli universitari di stampare gratuitamente sfruttando la pubblicità. Gli interessati dopo essersi iscritti gratuitamente, caricano il loro file, scelgono dove e quando ritirarlo e non gli resta che andarlo a prendere. Guardando più in grande FreeCopia si può definire una comunità. Gli studenti infatti sostengono tante spese, soprattutto gli studenti fuorisede, e proprio per questo uno dei nostri obiettivi più grandi è quello di tagliare almeno quelle delle fotocopie.

Quando è stato il lancio ufficiale di FreeCopia?

Come ogni startup abbiamo dovuto sostenere un periodo di prova. L’1 marzo 2017 siamo partiti lanciando il servizio in Beta per testare il mercato e vedere se effettivamente l’idea piacesse agli studenti. Fortunatamente così è stato. Da marzo a luglio abbiamo lavorato intensamente per migliorare l’intero servizio, fino ad arrivare al 18 settembre 2017, inizio del nuovo anno, che noi consideriamo il lancio ufficiale.

Da chi è nata l’idea e da chi è composta la società attualmente?

L’idea è nata da due ragazzi di fronte ad una birra. Una serata come tante, forse un bicchiere in più del solito e tra un discorso e l’altro si finisce a parlare di università. Quali sono i principali problemi degli studenti? E se noi trovassimo una soluzione per uno di questi? Improvvisamente ecco l’illuminazione: rendere le fotocopie gratuite. Questi due ragazzi iniziano a concretizzarla e svilupparla creando un team di lavoro, condividendo il loro entusiasmo. Fino ad arrivare ad oggi dove FreeCopia conta ben 8 ragazzi nel suo team, di età compresa tra i 20 e i 26 anni: Filippo Luzzi, Leonardo Ciabattini, Luca Sciullo, Federico Dalpozzo, Matteo Cappella, Martin Cimmino, Simone Passaretti e Stefano Traini

Che aiuti avete avuto per iniziare?

Nessun aiuto vero e proprio se non qualche suggerimento. Tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo studiato da libri, leggendo articoli, siti web e imitando “chi ce l’ha fatta”. Soprattutto non abbiamo avuto sovvenzioni economiche di alcun tipo, e questo è un fattore che ci ha spronato. Il fatto di dover sempre finanziarci da soli ci ha spinto ogni volta di più a dare il massimo, soprattutto perché nessuno di noi ha patrimoni illimitati. Sono stati periodi di tantissime rinunce. Si usciva una volta in meno a settimana e si faceva un lavoretto in più. Penso che questa sia una delle grandi soddisfazioni del nostro progetto FreeCopia.

Che soddisfazioni e che difficoltà avete avuto?

Soddisfazioni tante. Basti pensare al fatto di aver lanciato una startup, aperto una SRL e il tutto a soli 20 anni. Inoltre in questi mesi abbiamo conosciuto tantissime persone, investitori, imprenditori, startupper, uomini e donne estremamente in gamba dalle quali possiamo solo imparare. Motivo di orgoglio anche quando riceviamo recensioni sulla pagina Facebook o messaggi in privato che ci fanno i complimenti per l’idea e ci ringraziano per il servizio offerto. C’è comunque da dire che tutte queste soddisfazioni non sarebbero nulla senza le difficoltà. Tante quelle che abbiamo affrontato e ancor di più quelle che ci aspettano. Sinceramente molte sono le volte in cui volevamo smettere, chiudere tutto. Soprattutto all’inizio i risultati non arrivavano, ci sembrava di lavorare tantissimo per nulla, ma grazie al nostro entusiasmo non abbiamo mai smesso di crederci e ora stiamo raccogliendo i risultati.

Qualche progetto per il futuro?

Attualmente ci stiamo concentrando su Bologna. Vogliamo consolidarci nella nostra città. Una volta fatto ciò, abbiamo in mente di espanderci per tutta l’Italia iniziando dalle città prettamente universitarie, vista la natura del servizio proposto da FreeCopia.

Quali consigli dareste a chi ha un’idea, ma non sa come concretizzarla?

Condividere. Parlare con le persone giuste aiuta sempre a trovare soluzioni. Io ogni volta che ho un problema lo condivido con altre persone, dalle quali molto spesso riesco a trarre ottimi consigli al fine di arrivare ad una conclusione.
Si può poi cercare su Internet. Esistono diversi incubatori in Italia che accolgono idee e le aiutano a svilupparsi. La stessa università di Bologna offre soluzioni simili.

Inoltre consiglio di agire. Un’idea senza esecuzione non è altro che un’idea. Bisogna fare qualcosa sempre, anche un piccolo passo ogni giorno, a lungo termine porta a grandissimi risultati.

 

 

Giulia 

 

4 donne bolognesi che hanno fatto la storia (capitolo 2)

Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell’avere a che fare con uomini.
(Joseph Conrad)

 

Vivono in periodi diversi, lavorano in ambiti differenti e hanno personalità davvero lontane le une dalle altre, ma tre cose le accomunano: sono 4 donne, di Bologna, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana.

EPISODIO 2

Laura Bassi : la prima donna in cattedra all’Unibo 

Ad un mese dalla visita di Papa Bergoglio bisogna riconoscere un grande merito ad un suo predecessore.
Prospero Lambertini, meglio conosciuto come Papa Benedetto XIV, fu la vera chiave per il successo di questa giovane ragazza dall’indubbio talento nello studio, ma con un unico neo: essere donna.
Nata nel 1711 a Bologna, Laura Bassi si laurea in Filosofia grazie all’appoggio del padre ed inizia ad insegnare pubblicamente all’Archiginnasio. La sua presenza creava scalpore: una donna in mezzo a moltissimi uomini, ma questo non la fermò.
Sposò Veratti ed ebbe un figlio: questo la portò ad assumere lo status di madre e moglie per cui smise di insegnare, ma la vita da casalinga le andava stretta e decise di dedicarsi ad intensi studi di matematica e fisica.
La sua corporatura era minuta, aveva un problema alla spalla e l’erre moscia, ma questo per i dotti dell’epoca non era un problema. Il suo difetto era l’essere nata donna e mai nessuna aveva ottenuto un posto come professoressa all’Università di Bologna.
Laura infatti non poté accedere alla cattedra universitaria prima che Prospero Lambertini le fece ottenere questo posto, ma aveva già 65.
I veri successi che lei ottenne nei suoi studi, la fama internazionale all’interno dell’ambiente della fisica moderna avvennero ben lontani dall’università, nella scuola di fisica sperimentale che fondò lei stessa nel 1749 con l’aiuto del marito. Un luogo dove esperimenti e teorie si susseguivano a velocità pazzesche e dove lei coltivava la sua vera natura.  Il laboratorio che lei conduceva era di fatto talmente unico nel suo genere che per questo moltissimi studenti dell’Università frequentavano assiduamente le sue  lezioni. Di conseguenze il Senato Accademico, visto l’importante servizio pubblico che lei svolgeva le assegnò uno stipendio di 1000 lire, tra i più alti dell’epoca.

L’ amicizia e la collaborazione con grandi studiosi del calibro di Andrea Volta e Beccaria non la hanno tuttavia mai allontanata dalla sua famiglia: madre di dodici figli il perfetto esempio di come le giovani ragazze possano conciliare i due aspetti della vita.
Un altro primato? aver ceduto la sua cattedra di fisica all’università al marito e non viceversa.

Recentemente le è stato anche dedicato un cratere lunare a cui è stato dato il suo nome.

Mille voci dietro il nome di Mariele Ventre

Fu il pilastro fondante dello Zecchino D’oro, colei grazie al quale ancora oggi cantiamo il Valzer del Moscerino, colei che ha dato vita ad una realtà televisiva ancora forte dopo decenni.
Nata a Bologna nel 1939 con il nome di Maria Rachele è conosciuta ai più come Mariele.
Studia per diventare maestra e si diploma in pianoforte al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.
É sempre stata legata al mondo della Chiesa in particolare a quella che aveva a pochi passi da casa: l’Antoniano.
Da anni catechista diventa ben presto figura di riferimento per i frati dell’oratorio che decidono di coinvolgerla nel grande progetto lanciato da RAI.
Infatti nel 1961 Ciro Tortorella idea la trasmissione lo Zecchino d’Oro che però da Milano viene trasferita a Bologna proprio per aprire una collaborazione con i frati dell’Antoniano.
Mariele allora diventa la mamma di quei bambini che nel retro della scena accompagnano i piccoli cantanti. E nel 1963 Mariele fonda il Piccolo Coro: le sue dimensione ridotte hanno infatti spinto a battezzarlo in questo modo, ma con il passare del tempo sempre più bambini ne faranno parte, con una sempre più crescente forza mediatica.
La donna capace di coordinare cantanti talmente piccoli che a stento riescono ancora a parlare si ammala nel 1992. Le cure si rivelano veramente pesanti, tuttavia lei non abbandona i suoi figli e continua a dirigere il coro e lotta con tutte le sue forze per portare al successo lo Zecchino d’Oro.
E così ha fatto.
Non avrà mai figli suoi e non si sposerà mai, ma i bambini a cui ha fatto da guida, da mamma non si scorderanno mai di lei così come il resto d’Italia.

Per leggere di altre due donne esemplari di Bologna (Episodio 1)

Giulia

4 donne bolognesi che hanno fatto la storia

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.
(Rita Levi-Montalcini)

 

 

Vivono in periodi diversi, lavorano in ambiti differenti e hanno personalità davvero lontane, ma tre cose le accomunano: sono 4 donne, di Bologna, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia italiana.

EPISODIO 1

La creazione di Angelica: la basilica di San Luca

Chi torna a Bologna si sente a casa solo quando la vede, stagliarsi sullo sfondo, in cima al Colle della Guardia a vegliare sulla città che la venera.
E a volere la Basilica di San Luca è stata una donna, una ragazza determinata, da quello che si legge sui documenti storici. Poco volenterosa a condurre una vita da moglie che attende il marito a casa, Angelica Bonfantino inizia a combattere per ciò che vuole di più.
Come risulta da un documento datato 30 luglio 1192, Angelica quel giorno decise di darsi alla vita eremitica sul Monte della Guardia, con il proposito di costruirvi un oratorio e una chiesa in onore di Maria.
Per farlo donò ai canonici di Santa Maria del Reno dei terreni di sua proprietà a patto che la aiutassero nell’impresa. Questa collaborazione non fruttò nel migliore dei modi, ma la determinazione della giovane bolognese la spinse fino a Roma dove Papa Celestino III le consegnò una pietra da lui benedetta per porla alla base della basilica. E il 24 Agosto 1193, su missiva dello stesso, sul Monte della Guardia venne posta dal vescovo di Bologna tale pietra consacrata, l’embrione dell’imponente costruzione che svetta sulla città.
Per quanto riguarda Angelica non è mai realmente stato appurato se abbia o meno preso i voti, ma ebbe sempre l’approvazione della sede apostolica e del vescovo di Bologna.
Inoltre, per portare avanti la sua opera, altri terreni nei pressi della basilica le vennero donati dalla madre che fu solo la prima di una serie di numerosi benefattori i quali attivamente la aiutarono nel progetto.
Nel 1244, anno della sua morte, la basilica aveva ormai raggiunto il suo splendore e ospitava già il bellissimo monastero.
Il culto però della Madonna di San Luca (ancora non era chiamata così, ma semplicemente del Monte della Guardia), attestato già alla fine del XIII secolo, ottiene la sua vera forza solo con il presunto miracolo del 1433… ma questa è un’altra storia

 

Alfonsina, la prima e l’ultima a tingere di rosa il Giro d’Italia

Quando l’adrenalina ti scorre nelle vene, la voglia di tagliare il traguardo supera ogni aspettativa e la necessità di riscatto ti fanno pedalare con vigore; allora l’essere donna passa in secondo piano.
E questo Alfonsina Morini Strada lo sa bene.
Nata a Castelfranco Emilia nel 1891, si trasferisce pochi anni dopo a Castenaso, alle porte di Bologna. Originaria di una famiglia di contadini abbastanza poveri, Alfonsa Rosa Maria Morini (detta Alfonsina) non ha molti mezzi per spostarsi e suo padre le regala a dieci anni una vecchia bici da uomo.
Da questo gesto inizia la vera passione della giovane ragazza: il ciclismo.
Grazie anche al supporto del marito Luigi Strada, Alfonsina inizia a correre gareggiando con la sua nuova bici rosso fiammante.
Prima però di guadagnarsi l’accesso al Giro d’Italia necessiterà dell’aiuto di un altro importante uomo del mondo dello sport: il direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo. Perdere decisioni editoriale per il più influente quotidiano sportivo dell’epoca comprendeva anche questo genere di investimenti.
Conscio della forza mediatica che avrebbe avuto l’immagine di una donna intenta a gareggiare in mezzo a molti uomini, e convinto delle grandi potenzialità fisiche della giovane, Emilio fece di tutto per ammetterla al Giro d’Italia.
Un’occasione che Alfonsina certamente non sprecò e che la portò a lottare con entusiasmo, riuscendo a raggiugnere prestazioni anche superiori ad alcuni suoi compagni uomini.
Bravura di un’atleta che però rimarrà sempre oscurata dallo scalpore e dallo scetticismo di veder gareggiare una donna in un così arduo sport basato sulla forza e sulla prestanza fisica.
Terminata infatti quella stagione, Alfonsina non gareggio più per il Giro d’Italia e aprì un suo negozio di ricambi per biciclette a Milano.
Nemmeno la sua morte passò inosservata: passata alla guida di una motocicletta Guzzi 500 per velocizzare gli spostamenti, ebbe un infarto mortale nel tentativo di riavviarla.

Giulia

Con ispirazione dal testo di Serena Bersani, 101 Donne che hanno fatto grande Bologna, Newton Comptoir Editori, 2012

Buon anniversario RESPIRANDO BOLOGNA!

Un piccolo resoconto dei successi e dei fallimenti dei primi 12 mesi ed un nuovo programma da scoprire per il 2017/2018

Un anno è passato veloce come il vento,
la frenesia della vita di tutti i giorni colpisce chiunque: non solo i manager in carriera o i medici reperibili 24 ore su 24, ma anche i giovani ragazzi che stanno lentamente costruendo la loro strada e gli anziani che pensano di dover riempire il più possibile le loro giornate per goderne appieno ogni attimo.

Mettere su carta il respiro di una città immensa e ricca come Bologna è stato un lavoro estremamente gratificante e stimolante.
Ho conosciuto moltissime persone come Serena Mignani che mi ha emozionato con una storia di vita messa su pellicola e ho rivisto con occhi diversi ragazzi che incrociavo tutti i giorni e che dietro una facciata da ventenni qualunque avevano un mondo da raccontare .
Non manco di dire che la lettura di libri sulla storia di Bologna è stata parte consistente del mio lavoro per questo blog poiché credo che alla base di un grande presente esista un passato dalle mille sfaccettature da scoprire (Zucu’s Blues Band ,  GiadinaArt)

Il primo anno però è anche quello al termine del quale si tirano le somme sul lavoro svolto e si risistemano quegli aspetti che hanno funzionato di meno.
Mi rimprovero il fatto di essere riuscita a raccontarvi poche storie, quando magari prima di andare a letto la sera avevate voglia di gustarvi un piccolo aneddoto su qualche vostro concittadino presente o passato.

PROGRAMMA 2017/2018

APPUNTAMENTO FISSO DEL MARTEDì

A livello contenutistico cercherò di mantenere un taglio abbastanza approfondito in modo tale da raccontare storie che possano occupare il tempo di un viaggio in autobus, di una pausa dal lavoro che non duri 20 secondi o ancora che fungano da accompagnamento ad un rilassante momento caffè.
Per evitare che voi dobbiate sprecare anche solo un minuto del vostro tempo in inutili ricerche vi darò un appuntamento fisso a cui mi auguro voi possiate non mancare:
OGNI DUE MARTEDÌ AVRETE MODO DI SCOPRIRE UNA NUOVA STORIA DIRETTAMENTE SUL SITO.

I martedì in cui non pubblicherò il racconto di un personaggio di Bologna, vi mostrerò Bologna stessa attraverso qualche scatto di mia produzione, ma non solo: mi auguro di poter contare sulla collaborazione di molti di voi.
Quindi I RESTANTI MARTEDì L’APPUNTAMENTO SI SPOSTA SU INSTAGRAM in cui potrete vedere Bologna attraverso il punto di vista di chi di voi avrà avuto piacere di inviarmi uno scatto.

Il vostro aiuto sarà fondamentale anche per le storie: non voglio infatti privare nessuno dal potersi raccontare in qualche modo e spero di poter conoscere tante nuove persone in grado di sorprendermi.

Per qualsiasi materiale l’email di riferimento è respirandobologna@gmail.com

Grazie dell’affetto e del vostro tempo
Giulia

La spensieratezza estiva prima delle 10:25

Storie di vacanze e di rimpatriate famigliari

2 agosto 1980
Una data che non ha bisogno di ulteriori specifiche, una data che racchiude l’orrore e la morte di quel fantomatico giorno.
Oggi Bologna riscopre e mostra la sua cicatrice per non dimenticare, per dimostrare che la vicinanza ai parenti delle vittime non manca, per fare in modo che quelle persone abbiano sempre un volto.

A volte le iniziative di commemorazione paiono più sfilate fini a se stesse, istituzionali, con pose di fiori e discorsi preparati a tavolino per dire la frase commovente e ad effetto, ma la città di Bologna cerca da anni di evitarlo.

Il progetto della storica Cinzia Venturoli, che ha raccolto diari, certificati anagrafici e giornali d’epoca, permetterà a chi è interessato di conoscere davvero le vittime della strage. Non verranno solo recitati i loro nomi, ma si sceglieranno per ognuno luoghi simbolo in cui raccontarli e spiegare il motivo per cui alle 10:25 si trovavano in quella sala d’aspetto.
85 storie verranno lette dalle 11 alle 23 in diversi posti accuratamente scegli in città. L’iniziativa è promossa dalla Regione e dalla associazione Vittime della strage per rispondere alla curiosità più viscerale che molte persone hanno quando si approcciano alla vicenda: conoscerne i protagonisti.

La targa in stazione ne elenca i nomi, ma dietro ognuno di essi c’erano persone che quella fantomatica mattina, al risveglio, tutto si sarebbero aspettati meno che concludere la propria vita tra le macerie della sala d’aspetto di Bologna Centrale.
E le loro storie sono semplici, comuni, non lontane da quelle di chiunque altro. Chiunque altro sarebbe potuto essere lì quel giorno.

Luca aveva 6 anni e con la sua famiglia era partito per Marina di Mandria per le vacanze, poi l’incidente a Casalecchio, niente più auto e la decisione di ripartire con il treno

Lina aveva ricevuto un regalo inaspettato dalla suocera che era riuscita a vincere al lotto: a 53 anni finalmente sarebbe andata a Brunico con il marito ed era riuscita pure ad anticipare il viaggio perché si era liberata una camera. Il marito si salvò, lei no.

Velia, di Napoli, aveva il funerale del consuocero in Veneto, con il marito perde la coincidenza ed è costretta ad aspettare a Bologna il treno dopo. Lasceranno orfani 7 figli.

Pier Francesco tornava a casa dalla vacanza in riviera, sosta del treno di qualche minuto a Bologna e ne approfitta per fare una telefonata, non risalirà più sul treno.

Manuela, 11 anni, aspettava il treno per andare in colonia, con lei mamma e papà. Lui si allontana per prendere le sigarette, le perde entrambe.

Niente di straordinario, niente che esula dalle quotidianità di agosto, all’ordine del giorno per i vacanzieri estivi, italiani e non.
Oggi ci si potrà fermare ad ascoltare queste storie, prima di riprendere il trolley alla volta del mare e della montagna si potrà pensare a chi quel viaggio non è riuscito a farlo, si potrà ridare un volto a chi da 37 anni lo ha perso.

Giulia

Parkour: la disciplina dietro il salto

Biografilm Festival presenta in anteprima mondiale Êntre et durer il film di Serena Mignani, ex studentessa del Dams che ha deciso di ripartire proprio da Bologna per la realizzazione di questo suo piccolo capolavoro.

≪La colpa di tutto va a mio figlio, non fosse stato per lui e per la sua esuberanza, non avrei mai realizzato nulla di ciò≫.
Il film ha origine infatti dalla grande tenacia di una madre che invece di impedire uno sport al figlio per timore dell’apparente pericolosità, decide di seguirlo in questa avventura pronta ad accrescere la sua consapevolezza in materia e a mettersi in discussione con il sorriso.

Il Parkour nasce in Francia negli anni ’90 e la sua palestra è la strada: si tratta infatti di quella disciplina che vede ragazzi intenti a saltare da un cornicione all’altro, fare capriole sui tetti o arrampicarsi su muri e grondaie. Consiste nel superamento di qualsiasi ostacolo con la maggiore efficenza di movimento possibile.
≪Il tutto però non è lasciato al caso, ho scoperto che dietro i loro allenamenti c’è moltissima disciplina ed una grande etica≫ dichiara Serena, orgogliosa di sapere quanto le paure ed i giudizi non sempre comprensivi riguardo questo sport, siano in realtà frutto di una scarsa conoscenza e di qualche pregiudizio di troppo.

La stessa Bologna ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di questo lungometraggio: ha fatto da culla ai primi passi di Serena e Lorenzo che sono partiti proprio dagli ambienti in cui in città si pratica Parkour. Tra i più importanti la crew Eden che da poco si sono strutturati e si occupano di formare i giovani che si vogliono approcciare alla disciplina. Molti gli allenamenti in palestra che ti dovrebbero preparare ad affrontare con più sicurezza gli ostacoli urbani.
≪Hanno voglia di esprimere i loro valori e di sfatare i miti ed i pregiudizi che ruotano intorno al parkour ≫.

Ma Serena non si è fermata alla sua città per affrontare quest’indagine: decide di scoprire le origini e la filosofia che si cela dietro questa disciplina andando anche in altre nazioni e continenti.
Volevo capire come le altre donne affrontassero il groviglio di emozioni fatto prevalentemente di stupore e paura, come affrontassero il timore per la vita dei propri cari, come vincessero il senso di colpa≫.
É questione di una diversa interpretazione del concetto di rischio, fiducia e paura nelle varie culture, ma si tratta anche di un profondo esempio di educazione.

Questo film vuole infatti dimostrale come anche il legame più ancestrale e naturale tra madre e figlio possa essere messo alla prova dalla vita.
Serena ha deciso di lottare per mantenerlo e si è buttata in un avventura che dietro la scoperta del parkour nasconde un vero e proprio percorso di crescita a fianco di Lorenzo.

Prossimo obiettivo di Serena: far si che questo film venga proiettato anche nelle scuole, affinché le persone possano trarre esempio da questa storia e comprendano come le iniziative e le attitudine dei figli non vadano in alcun modo represse a prescindere, ma ascoltate e valutate in un comune viaggio verso la consapevolezza

Teaser Film 

Giulia Bergami

Niente Civis o Crealis, a Bologna si viaggiava in Tram

Ad un giorno dalla festa dei lavoratori vorrei presentarvene uno che ha servito fedelmente Bologna per molti anni: il tram.

Ora come ora il suo segno, la sua traccia è rimasta in una timida rotaia che si affaccia dall’asfalto nell’attraversamento pedonale tra via Ugo Bassi e via Venezian proprio dietro il Comune di Bologna. Ma quale è stata la sua storia e come mai lo si è salutato per sempre?

I tram a cavalli

Nel 1880 Bologna decide di indire un concorso (vinto poi dalla società definita La Belga) per realizzare un servizio di trasporto cittadino fatto di tram trainati da cavalli. L’inaugurazione della prima linea fu alquanto buffa ed esilarante: le persone, infatti, alle 8.30 del 2 ottobre si accalcarono in maggioranza nei punti critici del percorso tra Piazza Nettuno e la ferrovia temendo il deragliamento del mezzo in alcune curve considerate più pericolose. Il tutto però si risolse nel modo migliore con il passaggio di carrozzoni stipati di gente in festa e un avvio del servizio definito “straordinario”.
Sei le linee originali e tutte con capolinea in piazza Vittorio Emanuele II (Piazza Maggiore).
L’originale struttura del tram era fatta senza alcun vetro nei finestrini e con una semplice tettoia impermeabile. No cani e altri animali, no cibi e vivande nè armi da fuoco, in più le persone repugnanti non erano le benvenute.

I tram elettrici

Con la scadenza della concessione della Belga si costituì a Bruxelles nel 1899 la società Les Tramways de Bologne che iniziò a gestire direttamente il servizio riproponendolo elettrificato.
Nel deposito principale, situato alla Zucca, venne fatta erigere una centrale a vapore e degli impianti di riparazione per i nuovi mezzi. Furono addestrati i conducenti ( a detta sottopagati per le 12 ore di lavoro che svolgevano) ed esattamente l’11 febbraio 1904 venne effettuata la prima corsa, con servizio a pagamento, sulla linea Indipendenza-Stazione-Zucca.
Il tram passava circa ogni 10/20 minuti e viaggiava anche di notte. La struttura della nuove carrozze permise ai conducenti di avere un riparo dalla pioggia e di un vetro frontale, ma solo al seguito di uno sciopero indetto dagli stessi e solo nel 1910.
I biglietti delle corse variavano dai 10 ai 15 centesimi ed il 29 marzo 1904 apparve sulle carrozze il famoso cartello di “ Divieto di parlare al manovratore”.

Il primo incidente e la municipalizzazione del servizio

Il 24 novembre 1904 avvenne il primo grave incidente: un passante fu investito e si ruppe una gamba, ma decise di sollevare il manovratore da ogni responsabilità e si assunse le colpe dell’accaduto.
Circa vent’anni dopo la società belga uscì di scena ed il comune si prese carico del servizio.
Molti i problemi legati alla congestione dei mezzi nel centro a cui si cercò di porre rimedio con diversi interventi. Uno fra questi fu l’introduzione dei primi filobus sul percorso San Michele in Bosco-Zamboni che funzionerà fino alla fine della guerra.

I danni subiti e l’ultima corsa

Foto di Breviglieri

La seconda guerra mondiale fece molti feriti e tra questi rimasero coinvolti anche gli impianti dell’Atm: tram, rotaie e lo stesso deposito della Zucca dovettero essere risistemati.
Vennero anche fatti investimenti per la realizzazione di mezzi snodati, ma nel 1954 si pensò che continuare a spendere su queste infrastrutture fosse troppo costoso e si pensò di utilizzare solo i trasporti su gomma.
L’ultima corsa fu fatta il 3 novembre 1963 quando i bolognesi salutarono la vettura n.210 della linea 13- San Ruffillo. Facendosi largo tra la folla, sotto gli occhi del sindaco Dozza, si diresse al deposito della Zucca, anch’esso poi adibito a deposito automobilistico, rimessa per cavalli e palazzina di uffici.

Da allora i bolognesi hanno perso il loro tram e hanno dato il benvenuto al caotico sistema di trasporti moderno fatto di centinaia di autobus che si accodano lungo le principali direttrici della città.
Guardando con aria sognante ad una delle quattro motrici bolognesi ancora esistenti che ha ripreso a funzionare a Torino pochi anni fa, molti credono nelle parole di Merola che ipotizza un investimento per ripristinare questa tipologia di trasporto.

Ma per ora ce lo ricordiamo come un grande personaggio storico di Bologna…

Giulia

A casa di Lucio Va in Città

Come riaffiora il ricordo di una persona che non fa più parte della nostra vita?

Succede a chiunque di fermarsi in un luogo, osservare cosa ci accade intorno, ma con la mente guardare a ciò che non appartiene più al tempo presente bensì all’attimo del passato in cui si condividevano quegli spazi con la persona che ora non c’è più.

Partendo da questa emozione estremamente forte, che nel bene o nel male arriva al cuore di tutti una volta nella vita, l’associazione A Casa di Lucio ha deciso di organizzare alcuni tour in giro per la città in onore dell’anniversario della sua morte. Non si tratta di semplici percorsi, ma di veri e propri cammini guidati per le tappe che hanno segnato la vita di un grande artista nonché intramontabile simbolo della città.

Uno di questi era organizzato da un Virgilio d’eccezione: il giornalista di Repubblica Assante. Dall’alto della sua professionalità, ma soprattutto della sua passione, ha raccontato la storia di Lucio Dalla nel modo più naturale e spontaneo possibile facendo immergere il gruppo in una magica e alternativa lezione di musica.
Infatti Assante mostrerà per tutto il tour come la vita privata, i rapporti di amicizia con Roversi, l’amore per la madre abbiano scandito e condotto anche il percorso artistico di Dalla.
Emblema di come per molte persone la musica sia un qualcosa di indispensabile: una delle poche manifestazioni artistiche che l’uomo non può che fare sue per ricordare o semplicemente per vivere appieno gli attimi della vita.

La vera Piazza Grande di Bologna

La canzone parla di piazza Cavour: la sua casa.

Quella in cui, al civico 2, è nato e cresciuto con la tanto amata mamma Jole per molti anni della sua vita.
Dove ha ricevuto il suo primo clarinetto per iniziare la sua avventura musicale, dove ha giocato le partite a pallone con gli amici.
Dove ancora adesso si trova quello che era il suo barbiere di fiducia e da dove è partito per le collaborazioni con i Flippers, l’esordio da cantautore e le partecipazioni di Sanremo.
Insomma Piazza Cavour è la culla del grande cantautore bolognese, quella che lo ha avvicinato alla musica jazz e successivamente alla realizzazioni di testi celebrativi per la sua città.

Tuttavia il vero punto di riflessione, il fermo-immagine della prima tappa, è il Lucio artista e poeta che canta di sé in modo velato, riservato, mischiando spaccati di vita con la finzione, lasciando che solo pochi eletti conoscessero la verità.

Secondo luogo di sosta: Piazza San Domenico

Anche nel modo in cui vive la fede Dalla sa essere sopra le righe: molto spirituale tuttavia non sempre convenzionale nel rispettare la morale e le regole Cattoliche.

Questa, la Chiesa del suo grandissimo amico e confidente Michele Casali che lo accompagnerà e gli starà vicino in innumerevoli occasioni, ma anche noto punto di partenza delle giovanili avventure in Vespa sui colli bolognesi.

Casa di vicolo Mariscotti 5 apre la porta alla musica popolare italiana

Qui fuori Assante raggruppa le persone in cerchio, si concentra e racconta con grande pathos cosa rappresenta davvero quel portone contornato di edera.
Non è certamente importante perché la terza casa in ordine cronologico che ha abitato, ma perché tra quelle mura si concentra un periodo artistico e professionale molto particolare.
Perde la madre Jole a cui era particolarmente legato, taglia i ponti con Roversi e realizza uno dei suoi più grandi capolavori: come è profondo il mare. Una canzone che parla per immagini, non la capisci letteralmente, ma la comprendi e la fai tua, frutto della magia dell’arte popolare.
Apre la stagione artistica italiana degli anni 80, quella dei grandi successi.
Inizia a girare per gli stadi ad organizzare concerti in un periodo in cui nessuno pensava minimamente di farli per i tumulti che ogni volta si verificavano. Ed è proprio da avventure così che nascono artisti come gli Stadio (da cui il nome).
Decide allora di avviare una sua etichetta discografica, Pressing, ed inizia a lanciare giovani talenti senza aspettarsi nulla in cambio, solo per la passione di ciò che stava facendo.

Dalla riempie lo studio della Fonoprint

Passione che vedrà la sua massima esplosione nel lavoro capillare che realizzato allo studio di registrazione della Fonoprint.
Un ambiente davvero all’avanguardia per le apparecchiature, inserito all’interno delle mura di un convento del ‘400 e con una sonorità in grado di attirare cantanti da ogni parte d’Italia.
Nonostante la notorietà e l’abitudine a trattare con artisti di grande successo, dalle parole di Paola Cevenini, figura di punta tra i soci Fonoprint, emerge una profonda commozione e quasi un fraterno legame con quell’eccentrico cantautore, dalle incredibili doti, ma anche dai modi alquanto imprevedibili che li ha fatti letteralmente impazzire.
“Stavo con lui fino alle cinque di mattina, mi mandava a quel paese dandomi dell’incompetente, ma poi tornava con le paste fresche di forno facendomi i complimenti”
Cosi Maurizio Biancani, Sound Engineer ed amministratore della Fonoprint, racconta di un uomo realmente capace di allestire tutto da solo per i suoi concerti, di un profondo conoscitore della sonorità e dei segreti chiave per una ritmica efficace.
Poi Caruso immerge la stanza, la voce di Dalla e Pavarotti in versione cantante pop riempiono l’ambiente e fanno scendere una lacrima a tutti.
“Pavarotti lo imitava, ha imparato a cantare pop da lui”.
Poi 3 marzo 1943 ed infine Henna.
Magnifico, puro.
Un’ iniezione di Lucio autentica e stupefacente, ideale per comprendere il Dalla cantante, ma anche il Dalla uomo.

Ultima Tappa: la mitica casa di Via D’Azeglio

Forse la tappa più ambita e attesa, si rivela il segno di evidenziatore su un libro stampato: sottolinea un’eccentricità presente in ogni ambito della vita di Lucio.
Non è da tutti possedere una stanza in cui tenere tutti i modellini, le miniature, i giochi, un televisore al plasma e delle sedie da cinema. Non è comune ricoprire le pareti di casa di opere d’arte e dislocare un’appartamento su ben tre piani da quasi 2500 metri quadri complessivi.

Ma Dalla questo non lo era: non era comune, non era tutti. Lui salutava il Papa stringendoli la mano e, secondo la leggenda, chiedendogli se Gesù fosse stato davvero gay, lui si dice preferisse girare scalzo, lui lascia scritto sulla porta del suo studio: “Porci…sto pensando…fatevi un giro”.

Giulia

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