Respirando Bologna

Idee tra i portici

Author: Giulia (page 1 of 3)

Urbex, il mostro di Casalecchio

Quali sono i personaggi maggiormente enigmatici e accattivanti se non quelli dai più dimenticati?

In quest’ultimo periodo un’attività che va molto di moda tra i ragazzi è lo Urbex (urban exploration) che consiste nell’entrare all’interno di edifici abbandonati per esplorarli e scattare foto accattivanti.

Spesso non curanti di violare proprietà private, né di essere colpiti da qualche calcinaccio, riescono a catturare immagini di interni che ora popolano il web raccontando dall’interno la realtà di una città che fu.

Anche Bologna ha i suoi abitanti silenti, i propri ruderi lasciati da soli. E oggi vorrei raccontare la storia di uno di questi.

Il mostro di Casalecchio, così è chiamato. Ha calcato le pagine della cronaca per molto tempo: un’opera incompiuta, figlia di una gestione complessa che lasciato alla natura una delle opere ritenute più belle a livello architettonico. Progettato dagli architetti Glauco, Parmeggiani e Daini negli anni ’50 riprende l’impostazione strutturale di Le Corbusier. Doveva essere un istituto professionale legato alla congregazione dei Padri Passionisti. Utilizzato in particolare per la formazione di vetrai, falegnami non arrivò mai a compimento anche se l’anima dell’edificio è perfettamente delineata. Al posto dell’arredamento abbiamo però piante, calcinacci e qualche animaletto.

Il mostro di Casalecchio si staglia imponente sulle colline di Tizzano a Ceretolo. 4 piani completamente vuoti decorati però da tantissimi graffiti. Il vandalismo anche in questo caso ha preso la meglio, per cui la maggioranza delle stanze è stata distrutta tra pareti sfondate e mattonelle divelte. Arrivare in cima però da un senso di libertà: vedi tutta Casalecchio, una parte di Bologna e anche il passaggio tra la folta sterpaglia che i tanti visitatori hanno creato. Si tratta infatti di un punto di ritrovo per moltissimi ragazzi che purtroppo ha causato anche la morte di alcuni di loro: non ci sono ringhiere, nessuna messa in sicurezza, il rischio è alto. Gli innumerevoli gruppi di giovani che vanno però non sono intenzionati a vandalizzare l’ambiente, ma sono attratti da quel posto che nel proprio stato di abbandono nasconde un pizzico di magia.

Un luogo che in fondo ha vissuto una vita diversa rispetto a quella per cui era stato progettato.

Giulia

 

Io chi sono?

A volte il silenzio deve essere ascoltato, vissuto e assaporato. Non è facile cogliere le sfumature di idee che viaggiano veloci, che rimbombando nella testa.

Non è facile abbandonarsi all’ascolto di se stessi, dei propri problemi, dei propri dubbi.E più semplice chiuderli nella testa con cuffie ad alto volume che li ubriacano di vibrazioni. Talvolta l’unico personaggio di Bologna con cui dovremmo stare siamo noi stessi: imparare ad ascoltare quei pensieri che gorgogliano nello stomaco.

È utile anche smettere di paragonarsi ad altri: non necessariamente la nostra vita deve riscontrare similitudini con quella di qualcuno vicino a noi, non sempre la nostra esistenza dovrà avere gli stessi obiettivi di quella di un altro.

Perché rincorrere tutti le stesse affannose chimere semplicemente sulla base di quello che la cultura definisce successo?

Alla fine dei conti siamo generazioni di caproni che sanno solo prendere guardare gli terzi, che si fanno riempire di contenuti pensando che imparando le idee di altri, la nostra testa acquisisca davvero un valore aggiunto. Siamo dannatamente ciclici: i 50enni di adesso sono figli della ricerca spasmodica dell’indipendenza e del lavoro dipendente, noi crediamo nella laurea di prestigio, nell’Erasmus, in quell’altalena tra l’assaporare il posto di prestigio e il timore della disoccupazione.

Tutto questo perché non facciamo altro che copiare i ‘personaggi’ intorno a noi; non prendiamo spunto per poi puntare ad innovare, noi fotocopiamo idee vincenti e tiriamo avanti.

Con questo non credo si debba smettere di raccontare le storie di chi fa o ha fatto la differenza, di chi nel suo piccolo da un contributo alla società o semplicemente alla sua vita. Dobbiamo però capire che al centro di tutto c’è il fatto di saper ascoltare la propria di narrazione, saperci porre quelle domande all’apparenza banali che nascondono risposte inaspettate.

 Cosa vorremmo di più nella vita? Questa è una domanda a cui credo di poter rispondere rimanendo nel cliché del 90% degli italiani, ma nella realtà profonda dei fatti nessuno di noi darà veramente la propria. 

Al latte o fondente: la storia dolce di Bologna

Ciotole piene di cioccolato. Finita la pausa Pasquale quello che rimane nella casa della maggioranza degli italiani è proprio questo. 

Perché allora non soffermarsi su un personaggio che ha segnato la storia più dolce della nostra città? 

Teresa Majani, una donna che nel 1796 diede vita alla famosa fabbrica di cioccolato bolognese che da 222 anni è attiva sul territorio. 

La prima bottega

Inizialmente l’azienda nasce con il nome datole da Teresa “Il Laboratorio delle Cose Dolci” che aveva la sua prima sede in una piccola bottega di fianco a San Petronio. Era il periodo della Repubblica Cispadana e delle truppe napoleoniche che avevano invaso la città. Insieme però anche al marito Francesco Majani costruirono a piccoli passi la grande impresa.  Nel 1830 venne poi acquistato il grande immobile in via de’ Carbonesi. Il vero e proprio palazzo Majani conosciuto dai più.

I primati dell’azienda 

Famosissima per la Scorza di cioccolato solido, furono infatti i primi a proporla non solo da sorseggiare in tazza. Realizzarono poi anche i noti tortellini che ricordano il simbolo storico della città, ma soprattutto Giuseppe Majani fu tra i primi a proporre le bevande gazose come Selz e Sedliz. Nel 1876 lo stesso ottenne un passaporto per Torino per andare ad acquistare una macchina a vapore che riuscisse a produrre sia elettricità che cioccolato per questo l’azienda diventerà “Stabilimento a vapore di confetture e cioccolata”, simbolo della Belle Epoque.

L’apice

Dopo aver vinto innumerevoli premi in giro per l’Europa nelle diverse esposizioni universali che si sono susseguite tra Vienna, Parigi e Milano, in Italia la cioccolateria bolognese divenne fornitrice nel 1878 della casa reale dei Savoia potendo anche usare il simbolo della casata reale nello stemma del negozio ancora visibile. Da sottolineare poi il grande scalpore e l’immensa risonanza avuta a Bologna della decisione della famiglia che fece costruire una palazzina in stile Liberty al centro di Via Indipendenza dal famoso architetto Sezanne. Lì portarono il loro laboratorio, il negozio e la stessa casa. Il piano terra era illuminato da un bellissimo lampadario di Murano, ritrovo della società aristocratica del tempo che veniva a sorseggiare la cioccolata calda.  

Il prodotto che però ha ottenuto da sempre più successo a livello nazionale è il famoso cremino Fiat creato per vincere il concorso pubblicitario indetto dalla FIAT per il lancio della Tipo 4. Nel 1913 il cremino con 4 strati di cacao e mandorla ottenne il premio e la possibilità di dare al cioccolatino la denominazione della casa automobilistica. 

La guerra e le sue difficoltà

Purtroppo anche le realtà più crescenti italiane durante il susseguirsi delle due guerre ebbero delle difficoltà. Per questo la palazzina liberty in via indipendenza venne chiusa, sostituita da un circolo di ufficiali inglesi sino al famoso H&M. Venne deciso di ricominciare l’attività di produzione del cioccolato nel Palazzo Majani in via de’ Carbonesi, ancora di proprietà. Attualmente l’azienda svolge il proprio lavoro a Crespellano, a pochi chilometri da Bologna, in due stabilimenti di proprietà per un totale di 7.500 m².

Giulia

 

Il padre del giornalismo a Bologna

In tema con la festa di ieri, un breve racconto su chi ha portato il concetto di notizia in città.

In molte tesi di dottorato e citato in altrettante vicende della Bologna del 1300, compare il nome di Pietro Villola il cartolaio-cronista di Bologna. Anche Serena Bersani nel libro Forse non tutti sanno che a Bologna… racconta di questa particolare figura. Sembrerebbe essere l’incarnazione del primo giornalista della storia cittadina: un uomo che a mano scriveva in un foglio le storie più interessanti della città e le affiggeva fuori dalla sua bottega. Alcuni dei suoi lavori sono ancora conservati nella Biblioteca Universitaria.

Mentre se ci interessiamo del giornalismo più tradizionale, quello postumo all’invenzione di Gutenberg, il primo quotidiano Bolognese, nacque il 1° ottobre 1797 con il nome piuttosto tradizionale di “Quotidiano Bolognese”.  Per la sua pubblicazione sarà costruita un’apposita tipografia, la Stamperia del Quotidiano, diretta da Jacopo Marsigli. Con 8 pagine di fascicolazione,  contiene notizie locali e si chiude con numerosi annunci commerciali e avvisi pubblicitari.  Il giornale imitava  fogli simili pubblicati a Parigi, Londra, Milano, ma fin da subito assume un tono più  aggressivo e polemico.

Solo il 20 marzo del 1885 uscì il primissimo numero della nota testata cittadina Il Resto del Carlino con l’editoriale , di uno dei fondatori Giulio Padovani che s’intitolava semplicemente «?».

« Il punto interrogativo che scriviamo in fronte al primo articolo sta a sintetizzare la curiosità dei lettori riguardo al come e al perché della nostra pubblicazione. Questa curiosità ci affrettiamo di appagare il più breve e il più chiaramente possibile, a scanso di futuri equivoci. Vogliamo fare un giornale piccolo per chi non ha tempo di leggere i grandi: vogliamo fare un giornale per la gente che ha bisogno o desiderio di conoscere i fatti e le notizie senza fronzoli rettorici [sic], senza inutili e diluite divagazioni: un giornale il quale risponda al quotidiano e borghese che c’è di nuovo? che ogni galantuomo ha l’abitudine di rivolgere ogni mattina al primo amico o conoscente che incontra, (…) [un giornale] dove l’uomo d’affari, l’operaio, l’artista, la donna, tutti, troveranno in un batter d’occhio… le notizie sugli avvenimenti più importanti. »

Il nome deriva dal resto che veniva dato a chi comprava i sigari e riprende il titolo dato alla testata fiorentina che circolava soprattutto nelle tabaccherie.

Ma un’altro aspetto altrettanto importante da sottolineare è che la prima sede del noto quotidiano locale, non fu un luogo casuale: ma la redazione si trovava nello stesso palazzo della tipografia Azzoguidi. Baldassarre Azzoguidi fu il primo tipografo bolognese. Nel 1470 lui insieme ad altri suoi due amici decisero di sfruttare il bacino culturale di Bologna, con i suoi Studium e i suoi intellettuali, per introdurre in città l’arte della nuova tipografia. Il 25 ottobre 1470 la decisione fu siglata ufficialmente , con atto rogato dal notaio G. A. Castagnola, si costituì la società editoriale tra l’Azzoguidi, l’umanista Francesco Dal Pozzo (Puteolanus) ed Annibale di Guglielmo Malpigli.

Giulia

 

 

 

Lettera agli elettori 2018

Le elezioni parlamentari italiane del 2018 si sono appena concluse ed in queste ore la maggior parte delle persone si sono viste nei numeri che affollano gli schermi della Maratona di Mentana.
Nella realtà dei fatti però una percentuale non rappresenta la vera forza di chi domenica ha deciso di vestire i panni dell’elettore.

Ma cosa significa davvero essere elettori? Forse a molti è poco chiaro.
In Emilia Romagna il 78,21 % degli abitanti della regione ha deciso di andare a votare.
Andare a votare tuttavia non implica solamente affrontare la sonnolenza della domenica e fare una croce su un partito nella riservatezza di una cabina elettorale per poi vantarsi con gli amici di averlo fatto, bensì si fonda su un concetto che a molti italiani risulta oscuro: la possibilità di fare una scelta.

Quotidianamente siamo spinti a decidere sulla nostra vita anche nei più semplici aspetti spesso senza rendercene conto, quando però in ballo c’è la stabilità di un’intera Nazione il nostro impegno deve essere proporzionale allo scopo.
Per questo, senza ricadere in ragionamenti banali e ridondanti, credo che l’elettore italiano medio sbagli il mondo in cui si presenta preparato alle urne.
L’immagine della tipica famiglia che a cena discute dei possibili scenari politici a suon di luoghi comuni, dichiarazioni da strada e meme su Internet rappresenta forse il più triste lascito moderno.
Non dico che il nostro approfondimento debba equivalere a conoscere a memoria ogni programma elettorale con tanto di dichiarazione dei principali leader politici, ma credo che alla base di tutto debbano esserci delle nozioni fondamentali.

La differenza tra sistema elettorale maggioritario e proporzionale deve assolutamente essere chiara. Chi domenica ha messo mano alla matita senza nemmeno sapere a grandi linee il suo voto come sarebbe stato considerato, ha sbagliato in partenza.
Ancora più basilare l’idea che, nonostante quello che ci fanno credere i politici odierni, ci sono delle intermediazioni tra quella che è la nostra scelta e concretamente colui che diventerà presidente del consiglio dei ministri. Che NON è il presidente della camera dei deputati! Anche questo non dovrebbe essere un mistero per chi decide di andare a votare.

Quest’anno si è votato per la prima volta mediante la legge elettorale denominata Rosatellum (Bis): per potersi definire elettori consapevoli, leggerla nei suoi punti più sostanziali era il primo passo da  fare.
Negli ultimi mesi poi, per chi è un vero e proprio internauta, le possibilità di informasi in modo consapevole sono state molte.
Anche Facebook ha fornito diversi strumenti per avere il quadro completo della situazione: dai programmi elettorali a confronto sui principali temi, passando per le interviste in diretta in partnership con ANSA ai principali leader politici, sino alla profilata spiegazione dei candidati di ogni singolo collegio uninominale.

Oltre alle elementari nozioni di diritto pubblico che gli aventi diritto di voto dovrebbero avere ben consolidate, si può passare a considerare le motivazione per cui tra le proposte date si è scelto un partito o una coalizione piuttosto che un’altra.
Non entrerò nel merito dei rispettivi programmi elettorali, ma mi auguro che chi ha compiuto questa importante scelta almeno tre distinte argomentazioni a favore della sua decisione le abbia avute. Motivazioni ben documentate da numeri e fatti, non basante su qualche slogan sentito da chi ha saputo fare la voce più grossa. Argomentazioni anche su un capillare confronto con quello che è stato il passato del nostro Paese e con quello che altri partiti dichiarano in merito.
Una volta scelto a chi dare il proprio voto, prima della croce definitiva, era d’obbligo aprire il sito web del partito, avendo veramente chiara la complessità della proposta.

Non condivido l’astensionismo, non condivido l’approssimazione, non condivido il pressappochismo ed il populismo. Credo nel ragionamento e nelle emozioni, credo nella forza di fare una scelta con la volontà di non rimanere a guardare chi l’ha compiuta per te.

Giulia

L’ITI Aldini Valeriani promosso in Economia Circolare

Giovanissimi, ma con le idee molto chiare!
I ragazzi dell’ ITI Aldini Valeriani si sono rivelati gli indiscussi protagonisti della settima edizione del premio Bologna Città Civile e Bella promosso dal Centro Antartide di Bologna.
Con progetti incentrati sul riciclaggio rifiuti, la condivisone del tempo e la movimentazione di conoscenze hanno infatti reinterpretato in modo puntale il concetto di economia circolare, tema di Civic Hackathon, una delle tre categorie in gara di quest’anno.
Non a caso martedì 13 febbraio, nella Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio, sono stati premiati ben 3 team differenti dell’Istituto tecnico della Bolognina: due con menzione speciale ed uno salendo sul gradino più alto del podio.

L’Economia Circolare per l’ ITI Aldini Valeriani

Si tratta di un tema indiscutibilmente molto caldo che da qualche anno è protagonista di molti dibattiti internazionali.
Quest’anno infatti anche al centro della premio Bologna Città Civile e Bella, “la maratona tecnologica” Civic Hackathon poneva l’accento sull’economia circolare.
8 i team che da tutta Italia si sono affrontati su questa tematica. Tra questi i ragazzi dell’ ITI Aldini Valeriani hanno proposto ben tre applicazioni che potessero al meglio offrire un servizio utile a tutta la città.
I due progetti che hanno preso una menzione speciale sono Voloo: una piattaforma per rendere più semplice e immediata ai ragazzi la possibilità di mettere il proprio tempo a disposizione di attività a favore della comunità e LeBanc per far circolare le competenze in maniera orizzontale e organizzare corsi e lezioni alla pari su  tutti i temi e le materie.
A vincere su tutti però, l’applicazione NetUrbino proposta da Christian Gambetti e Salvatore Stabile, due studenti del quarto anno dell’Istituto tecnico accompagnati dal professore Domenico Anania.

NetUrbino

Un progetto ancora in fase di miglioramento ed elaborazione che però ha portato alla vittoria i due giovanissimi dell’ITI Aldini Valeriani. Il primo premio di 2500 euro della categoria Civic Hackathon è stato assegnato all’idea di creare un’applicazione chiamata NetUrbino a riconoscimento vocale in grado di aiutare nelle scelte di smaltimento, riutilizzo e riciclaggio rifiuti.
Senza alcun genere di timore e parlando di fronte a tutte le persone presenti alla premiazione in Cappella Farnese, Salvatore Stabile e Christian Gambetti hanno presentato il loro progetto. Attentamente studiato in ogni sua fase di sviluppo, l’applicazione è stata spiegata attraverso una dimostrazione pratica delle sue primordiali potenzialità.
Trattandosi infatti di un software basato sull’intelligenza artificiale IBM Watson per funzionare al meglio deve essere “addestrata” da reali operatori che forniranno così alla macchina gli strumenti per rispondere in modo efficace alle ricerche delle persone.
A riconoscimento vocale, come i più noti SIRI e Cortana, saprà aiutarti per trovare il modo migliore di riutilizzare qualche oggetto, per scegliere il corretto contenitore in cui buttare un prodotto ed eventualmente a chi donare qualcosa che non ti serve più.

3 progetti ancora in fase embrionale che però denotano un importante impegno civico da parte dei ragazzi dell’ITI Aldini Valeriani, ma soprattutto sottolineano quanto per le realtà scolastiche cogliere le opportunità territoriali e connettersi con esse possa essere un ottimo trampolino di lancio verso il mondo dell’imprenditorialità socio ed eco sostenibile.

Giulia

Alma Mater Studiorum

Un nome, un’istituzione. Tutti i bolognesi la conoscono: alcuni si vantano per il prestigio, altri se ne lamentano per i disordini causati dai movimenti studenteschi, tuttavia pochi davvero sanno la sua storia.
Ma di fatto è il personaggio più internazionale della città emiliana.
Ecco allora riproposti alcuni dei passaggi e degli aneddoti più interessanti che la riguardano.

Come tutto ebbe inizio

L’Università di Bologna, nonostante il nome Alma Mater rimandi ad un concetto religioso sia per i romani che per il Cristiani Medioevali, sorge da un’organizzazione popolare che ha deciso di rendere indipendente l’insegnamento da qualsiasi altro potere.
Il 1088 è considerata la datazione ufficiale, momento in cui la Chiesa ha smesso di interferire nell’alta formazione ed Irnerio (che per alcuni rappresenta una delle figure cardine) porta alla fondazione della realtà attuale.
Alla base dell’organizzazione primordiale però non vi era un’istituzione comunale, ma “il modello corporativo” delle nationes: insiemi di studenti che pagavano attraverso donazioni in denaro (collectio) direttamente i docenti. E dietro al concetto di offerta risiedeva il fatto che la scienza veniva comunque ancora considerata un dono di Dio e non poteva pertanto essere venduta. Il Comune più volte è intervenuto per assicurante la continuità. Un’ ulteriore funzionalità delle naziones era l’aiuto reciproco fra compagni della stessa nazione. A testimonianza di ciò ancora adesso l’Archiginnasio mostra un complesso araldico con circa 600 stemmi studenteschi ed in pieno centro è ancora presente il Collegio di Spagna.
A sancirne la piena indipendenza fu però Federico I Barbarossa nel 1158 con la Constitutio Habita con la quale stabilisce che ogni Scuola dovesse essere formata con una societas (di siti allievi) presieduta da un maestro compensato da quote. L’Impero inoltre si impegna a proteggere dalle intrusioni di ogni autorità politica tutti gli scholares che viaggiano per ragioni di studio.

ALMA MATER culla di Enfant Prodige e all’avanguardia per l’integrazione

Tanti i nomi più illustri che notoriamente hanno calpestato i corridoio della grande università bolognese quali Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Guido Guinizelli, Ulisse Aldrovandi o lo stesso Erasmo da Rotterdam, studente all’età di quarant’anni per un anno. Da non dimenticare poi gli illustri ospiti internazionali come Thomas Becket, Paracelso, Raimundo de Pegñafort e Albrecht Dürer.
Ma oltre queste grandi menti di fa mondiale, l’università di Bologna è stata culla di alcuni dei primati più importanti d’Italia.
Un bambino si laureò in Medicina a soli 10 anni. Luigi Magni nacque il 22 giugno 1651 e ottenne la laurea il 26 settembre 1661 specificatamente in utraque facultate: cioè sia per filosofia che per medicina. A testimonianza di ciò un documento conservato all’Archivio di Stato.
Come se la spiccata precocità non bastasse, il 26 giugno 1666 tenne una pubblica disputa all’Archiginnasio su temi di logica e di medicina ed insegnò all’università a studenti molto più grandi di lui. Lettore di logica, di teoria e di pratica della medicina straordinaria, morì sfortunatamente a 37 anni.
Inoltre leggenda narra che l’Alma Mater ammise donne all’insegnamento sin dal XII e tra le più celebri insegnanti di sesso femminile non può che spiccare Laura Bassi, la quale nel 1732, a soli 22 anni, ebbe la cattedra di filosofia e nel 1776 quella di fisica sperimentale.

All’Università conservato il più antico rotolo del pentateuco ebraico

Oltre al glorioso passato fatto di strabilianti protagonisti, l’Università di Bologna ancora una volta fa parlare di se per un immenso patrimonio che le appartiene. Nel 2013 il professor Mauro Perani, ordinario di Ebraico presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna riconosce ufficialmente l’originalità del “Rotulo 2” presente nella Biblioteca Universitaria. Si tratta del più antico Pentateuco ebraico al mondo: fatto di morbida pelle di vitello, contiene, in un documento lungo 36 metri e alto 64 centimetri, il testo completo della Torah in ebraico. Le analisi con Carbonio 14 hanno permesso l’accurata datazione, mentre le indagini sulle fonti ne hanno costruito la storia.
Il Rotulo 2 è infatti lo stesso che per secoli è stato conservato dai Domenicani di Bologna come una fra le loro reliquie più preziose.
Ad ora il rotolo è consultabile in modalità touch screen in Biblioteca.
Come riporta lo stesso sito dell’Università, questa storia sembra proprio voler riconfermare il legame che unisce a doppio file Bologna e la Torah. Oltre all’autenticazione del Rotulo 2, nella città felsinea, il cui nome Bo-lan-yah in ebraico significa “In essa alloggia il Signore”, fu stampata anche nel 1482 la prima edizione del Pentateuco ebraico.
 

 

Giulia

FICO? O non così FICO?

BOLOGNA- La nuova creatura del patron di Eataly Farinetti, a due mesi dall’apertura dei cancelli, porta con se’ un’aura di indeterminatezza e di perplessità. Gli esperti si dividono tra chi crede nelle potenzialità di questo colosso e chi ancora titubante si aggira tra gli scaffali in cerca della vera natura delLa nuova Fabbrica Italiana Contadina.

Fico

Definito da molti un parco giochi del cibo, un espositore delle eccellenze enogastronomiche italiane, all’apparenza sembra semplicemente un grande centro commerciale dai prezzi non proprio accessibili.
Realizzato attraverso la riqualificazione edilizia e funzionale di parte del complesso aziendale CAAB a Bologna, in via Paolo Canali, Fico Eataly World è un complesso di circa 10 ettari di cui 2 adibiti a campi e stalle all’aria aperta. Ospita 40 fabbriche, 40 luoghi ristoro e 6 grandi giostre educative. La città lo aspetta dalla primavera del 2015, prima data ufficiosa di apertura, per poi dare il benvenuto a turisti e curiosi definitivamente il 15 novembre 2017. La cerimonia di apertura in pompa magna ha visto presenti sia Oscar Farinetti che Paolo Gentiloni, pronti a dare il via all’avventura di una realtà che dovrebbe fare da “palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità”.

Logo Fico Eataly World, Foto TIF

Tra intenzioni e realtà

Il progetto ha richiesto quattro anni per essere completato; con l’aiuto del comune di Bologna e del CAAB stesso, ci sono voluti circa 120 milioni di euro per metterlo in piedi. Tuttavia per molti utenti e giornalisti il risultato appare un po’ al di sotto delle aspettative.« I had spent three days at FICO at that point, and I still didn’t quite understand what exactly it was trying to be».
sottolinea il corrispondente del New York Times, Evan Rail. Ma anche il The Guardian affonda la lama, criticando nel complesso la struttura schiacciata da questa apparentemente inconciliabile tensione tra commerciale ed educazionale. A sottolineare la concretezza di alcuni problemi sono però gli utenti stessi che attraverso commenti online e sporadiche dichiarazioni elencano quali sono le perplessità sul grande centro agroalimentare.
Biglietti dell’autobus troppo cari da 7 euro andata e ritorno, prezzi dei prodotti che ricordano i dutyfree tipici degli aeroporti, ristoranti senza menù in vista e scarse indicazioni anche per il bagno.
Aperto dalle 10 di mattina sino a mezzanotte, in alcuni momenti presenta membri del personale non intenti in grosse attività: l’immagine di sei commesse ferme senza clienti in uscita in venerdì lascia un po’ di amarezza.

La spinta verso il futuro

Amarezza data dal fatto che il posto ha tantissime potenzialità: ogni negozio appare come una vera e propria boutique raffinata e curata nel marketing. Le grandi aziende mostrano parte della loro produzione dietro vetrine che separano i clienti da macchinari imponenti ed affascinanti. I workshop sono bene strutturati e le giostre, descritte come molto semplici nelle spiegazioni, possono portare l’indotto dei flussi di scolaresche. Tuttavia il traffico delle persone sembra ancora poco e in tanti si domandano come potrà resistere la struttura.
Ma come riporta il Corriere di Bologna, lo stesso Farinetti risponde alle critiche ammettendo alcuni errori:
«FICO è una macchina nuova che fa i 300 all’ora e noi abbiamo appena preso la patente».
L’impegno sarà incentrato sul far capire meglio al pubblico cosa offre la struttura, probabilmente con l’introduzione di audioguide, continua il patron del progetto, ma la politica dei prezzi appare indiscutibile.
Il prossimo appuntamento che offre la struttura sarà l’incontro del 26 gennaio che prevede una lezione di Luca Parmitano, Samantha Cristoforetti e Paolo Nespoli sulle abitudini alimentari degli astronauti.
E speriamo che anche FICO possa davvero prendere il volo.

 

Giulia

Very Nice il nuovo cocktail al sapore di tortellino!

Bologna Sour, primo drink nato guardando la nonna tirare la sfoglia, è stato ideato e brevettato da un giovane barman di Bologna.
Alex Fantini, appena ventunenne, ha deciso di racchiudere in un calice da bar il sapore più tradizionale delle nostre terre per poi ottenere il brevetto nazionale certificato per la sua originale creazione.
Un cocktail gastronomico a tutto tondo come lo definisce l’ideatore, che ha avuto già un bel successo ad appena un mese dal suo lancio. ≪Non è facile dire se sia per tutti oppure no, il mio consiglio é sempre di provarlo e giudicare≫ risponde Alex Fantini a chi approccia titubante l’idea di bere il frutto della combinazione di infusioni con il ripieno bolognese.

La mission di Very Nice

Ma il Bologna Sour non è l’unico cocktail proposto nel neo locale aperto dal giovane barman, Very Nice infatti presenta un menù inedito di 12 cocktail che copre tutti i sapori invernali di stagione.
≪Serviamo grappe ai funghi porcini e pere, birre da estratti naturali, zabaione e gelato artigianale≫ specifica Alex, ≪ce ne è un po’ per tutti i gusti≫.
Inoltre ogni quattro mesi il menù cambia e si adatta ai profumi e ai frutti delle specifiche stagioni.
Un’attenzione molto particolare viene rivolta anche alla fase antecedente alla creazione dei cocktail in cui si cerca di fare abituare i palati delle persone a queste particolari proposte dal cuore gastronomico.
A breve, oltre al nuovo menù primaverile, in arrivo anche Mediterranean: cocktail di cui però al momento si può svelare solo il nome.

Dall’alberghiero all’apertura del proprio locale

Aprire il proprio locale poco più che ventenne e brevettare un cocktail che unisca la tradizione del territorio bolognese ad un arte dalle sfumature contemporanea come la mixologia non è però un’impresa per tutti e Alex racconta il percorso che lo ha portato ai suoi successi.
≪A 19 anni mi resi conto di questa passione per la cocktaileria: dopo un corso all’accademia del bar nel quale ebbi Alessandro Romoli come maestro, decisi di ascoltare una voce dentro di me e di buttarmi a capofitto nella mia formazione».
≪A Barcellona ho fatto il salto definitivo: dopo due corsi alla european bartender school, uno mixology e uno di american bar mi sono immerso nel mondo del lavoro. Dopo aver lavorato al Muy Buenas, il locale che mi ha insegnato la gastronomia applicata nei cocktail, con il maestro ed amico Roberto Saba, ho deciso ad agosto di tornare per aprire il mio locale. Da settembre, per 4 mesi, non mi sono mai fermato e l’1 dicembre è nato Very Nice≫.
Quindi le parole d’ordine per ottenere risultati soddisfacenti in questo campo non possono che essere passione e tanto studio.
≪Fortuna si e no: é un termine che viene spesso frainteso. Per quanto riguarda il mio caso potrei dire di essere stato fortunato ad aver avuto due genitori e una famiglia che mi ha appoggiato in tutto e per tutto, per il resto ho lavorato veramente tanto per arrivare a crearmi le opportunità che oggi mi hanno portato ad aprire il VeryNice in soli due anni di percorso≫.
Un lavoro duro che come tanti necessita di formazione continua abbinata a forza di volontà e tenacia. Pazienza, umiltà, dedizione e determinazione sono essenziali anche dietro il bancone di un bar.

Giulia

Santa Clause is coming to town

Che origini ha il vecchione? dove si sorseggiava una cioccolata calda nel 1930?

Il Natale è alle porte, le strade sono piene di persone in cerca dell’ultimo pacchetto e molti assaporano già la sontuosa cena della vigilia.
Ma cosa è davvero questa festa?
Bologna si è illuminata da ormai un mese, con tantissime luminarie che ornano le strade ed il grandissimo albero che anche quest’anno svetta in Piazza Maggiore; tuttavia pochi sanno come fossero i luoghi simbolo delle feste natalizie bolognesi nel passato e tanti ignorano i retaggi storici di alcune tradizioni sia culinarie che culturali.

In preparazione dei tanto attesi giorni di vacanza ecco alcune storie che faranno viaggiare la mente tra i portici della Bologna del passato.

La Fiera di Santa Lucia: la storia del Portico dei Servi

“Ricordi, fui con te a Santa Lucia, al Portico dei Servi, per Natale.
Credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’Anno o a Carnevale…”
Francesco Guccini, “Eskimo”, 1978

Una tradizione antica quella della Fiera di Santa Lucia le cui origini si fanno risalire alla fine del XVI secolo e che da generazioni accompagna le famiglie nella preparazione al Natale. 38 casette di legno anche quest’anno offrono oggetti di ogni tipo: sia natalizio che non e riscaldano il portico dei Servi di un’atmosfera dal dolce odore di croccante.
Ma il porticato adiacente la Chiesa dei Servi, in Strada Maggiore non è solo il simbolo del famoso mercatino di Natale: la sua è una una storia lunga e travagliata. Costruito alla fine del XIV secolo, la paternità dell’opera è incerta: alcuni la attribuiscono all’architetto Antonio di Vincenzo, altri al generale Andrea Manfredi. Voluto ardentemente dagli ingegneri Luigi Marchesini e Giuseppe Modonesi divenne un vero e proprio chiostro aperto alla cittadinanza. Costruita con blocchi di marmo provenienti da stele romane della via Emilia, il Portico dei Servi crollò diverse volte. Fino a quando nel 1927, durante dei lavori in zona, una campata del portico crollò uccidendo anche una persona.

Una tazza di cioccolata calda prima della guerra

Nel periodo di Natale non c’è niente di più dolce che sorseggiare una buona cioccolata calda seduti in un bar con gli amici per scambiarsi i regali di Natale e prendersi un attimo di pausa.
Nella Bologna della prima metà del Novecento a scaldare cuore e menti dei cittadini c’era un prestigioso bar pasticceria con una bellissima terrazza in stile liberty che affacciava sul passeggio di via Indipendenza.
Si trattava del palazzo all’imbocco di via Altabella in cui oggigiorno sorge H&M e che è stato costruito appositamente da un esponente della nota famiglia di cioccolatieri Majani. Nata come attività a conduzione famigliare in via d’Azeglio nelle mani di Teresa Menarini, ben presto l’azienda Majani iniziò la scalata verso il successo. Il palazzo in stile liberty in via Indipendenza è sempre stato un esempio di sontuosa eleganza: al piano terra uno splendido lampadario di Murano illuminava l’ambiente sempre più grande e all’avanguardia.
La guerra purtroppo ha spezzato l’incantesimo e ad oggi Majani rimane nell’aria cittadina esclusivamente per la sua famosa cioccolata solida: la scorza.

Il rogo del vecchione a Capodanno è di origine fascista

3, 2, 1, Buon anno!
I fuochi d’artificio illuminano il cielo di Bologna e davanti al palazzo comunale come oggi anno si accende la grande costruzione di cartapesta, petardi e stracci che arderà per liberarsi dal fardello delle cose vecchie.
Il Vecchione tuttavia, è così che si chiama il fantoccio, non è sempre esistito e le sue origini risalgono al 1923 quando divenne primo cittadino il fascista Puppini.
La società “I Fiù dal Dutor Balanzòn” fu la promotrice dell’evento che per la prima volta fece del festeggiamento del nuovo anno un rito pubblico e non più strettamente famigliare.

Giulia

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